lunedì 15 dicembre 2008

Africa addio






Ieri notte ho sognato di tornare a Maun. O era Victoria Falls, l’albergo vittoriano. Il buffet africano e tutti quei sapori strani, forti. Era l’anno in cui Eltsin salvava Gorbaciov in estate e io sudavo nella camera a Johannesburg ubriaco di sambuca e sushi sognando gli ippopotami del fiume Chobe. Ma era stato prima, a nord, in Botswana. Sull’Okavango in canoa (i mokoro li avevano finiti?) in mezzo a tutti quei papiri che neanche la valle del Nilo. A far foto ai sitatunga e ai bufali da quattro metri. L'ippopotamo che emerse dal nulla a sbarrarci la strada...








La notte dormire nel freddo della tenda e fuori il concerto di tutte le notti da milioni di anni in Africa. E in fondo a tutto come in un racconto di Hemingway c’era la iena.
Ho sognato le giraffe nel primo sole dell’alba...





Pallide ombre di elefanti nella sabbia rossa della sera. E ho sognato i leoni, come Santiago nel Vecchio e il Mare. Ho sentito un ruggito e gli strilli dei babbuini. Mi sono svegliato e il cuore mi batteva forte.

Le aragoste di Barbuda




La chiamammo Gustavo, non so perché, l’aragosta più grande di quella stagione. La comprò Marcello, mi pare, il veronese amico di quell’Aladino che aveva una Ferrari e si era presentato all’aeroporto senza sapere dove si andava. Nella notte fino a Malpensa ad incontrare i ragazzi del Garda, poi meno di dieci ore per essere a St Maarten. Oyster Pond, la base Moorings, la prima volta col caldo afoso sui pontili ordinati e il briefing senza capire un cazzo. Poi fare la spesa in taxi. Carrelli pieni fino all’inverosimile per far cambusa: i veronesi pasta, tanta pasta. Pelati. Fagioli. Noi Campari, prosecco a dispetto dei santi, papaya e nachos. E via nel vento per quindici giorni. Tintamarre con tutte quelle conchiglie sul fondo...



I bonitos attaccati miracolosamente alle traine di ritorno da Anguilla col mare forza 4. Loro dieci al buio, con l’acqua razionata sul quindici metri. Noi tutte le luci accese, la barca Las Vegas ci chiamavano. L’acqua? Chi beveva acqua in quegli anni. Alla fonda davanti a St. Barth con i passaporti a far dogana su un dinghy. In quel posto far colazione all’angolo di quel bar che cucinava la zuppa di pescecane e tutta la gente delle isole si trovava lì alla sera, tutte le sere fino aprile per andare poi alle regate di Antigua. E addormentarsi cullati dal vento tra le sartie e dal reggae sui bar della spiaggia. A Barbuda era diverso. La spiaggia infinita, deserta, e noi non eravamo più tanto felici. Qualcuno era già in volo per l’Europa.





L’ultima sera comprammo le aragoste da un tizio al porto. E trovammo non so come non so dove due bottiglie di Champagne. Le due barche vicine nel buio ci videro uniti per l’ultima volta Bologna e Verona. Spaghetti, sigari, aragoste, aglio, champagne, olio, caffè, musica, saluti, sonno, tuffo, buio, addio.
A mezzanotte partimmo e io timonai verso nordovest per quasi cinque ore guardando la bussola e le onde nel buio mentre tutti dormivano. Se deviavo di più di un grado dalla rotta me lo segnalava il fido Robertone dall’altra barca, una luce nel mare nero. All’alba lasciai il timone allo skipper e crollai. Mi risvegliai triste...





Nelle foto dall'alto le aragoste di Barbuda, la nostra barca Ausone fotografata dai veronesi, io fra gli stessi durante l'ultima cena prima del ritorno e infine la spiaggia di Barbuda così come la vedemmo noi.

lunedì 8 dicembre 2008

Rotte dimenticate






Riordinando vecchie foto ci sono sempre tutte quelle isole a sud di Anegada - la più bella? - (aragoste sulla spiaggia e ballare a una gara di limbo alla sera senza speranza di vincere) giù giù passando per Jost van Dyke, Tortola. I Bath a Virgin Gorda. Anguilla un paio di volte (le balene, il raggio verde), St. Maarten (i primi planter's punch) e St. Barth (kingfish al barbecue sulla barca, Keith Richards degli Stones sulla banchina, ormeggio difficile). St. Kitts in taxi e tagliarsi i capelli in barca a Nevis il pomeriggio dopo. Poi Montserrat all'orizzonte prima dell'eruzione e Antigua alla festa in collina con la prima donna (I will always love you...) controvento a motore col mal di mare. Barbuda come un sogno sulla spiaggia (ancora aragoste)...







Un altro atterraggio in Martinica, un altro amore, fino a Saint Lucia: prima Castries poi Soufriere (quella pinacolada!). Bequia di nascosto fuori dal bar e nel bosco. Tobago Keys la prima volta nella luce accecante (lei faceva sci d'acqua ed era felice dopo il bagno nascosti sotto la pioggia), pochi anni dopo non era più lo stesso posto ma siamo arrivati a Mustique (Macaroni beach e la villa di Bowie), a Petit St. Vincent (ma senza sbarcare innamorato sul tender sotto il diluvio) e infine a seppellire i vecchi occhiali da sole sotto uno scoglio a Palm Island di fronte a Union con gli squali nella vasca davanti all'Anchorage dove fuggimmo di nascosto quella sera con tutte quelle stelle e tutti quei baci senza pensare in quel momento che il giorno dopo si piange a un aeroporto.






Non ricordo quale generale tedesco disse una volta che non bisognerebbe mai tornare nelle città dove si è stati felici...



martedì 2 dicembre 2008

Simonetta


Non posso non salutare la mia cara collega (ex ormai) Simonetta che venerdì scorso ci ha salutato per la sua ultima giornata, o meglio nottata, di Carlino. Questa foto la ritrae insieme alla mia amica e collega Elena (a destra) durante la piacevole festicciola di venerdì al giornale.
Ciao cara Simo, ci mancherai: ora divertiti e fatti viva ogni tanto...

Un fiasco militare


Si dibatte spesso sui più grandi fiaschi militari della storia e l'elenco sarebbe impressionante. Personalmente trovo che tra i più drammatici vada annoverata la disfatta di Teutoburgo nell'anno 9 D.C. subita dall'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo contro una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese nella Bassa Sassonia. Fu una delle più gravi sconfitte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria). In seguito a questa battaglia Roma rinunciò a ulteriori tentativi di conquista della Germania, ed il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni con tutte le conseguenze che ciò ebbe sullo sviluppo della Storia europea fino ai nostri giorni. Ma accantonando per ora Teutoburgo e parlando di eserciti italiani non si può ignorare la battaglia di Custoza: non quella combattuta nel luglio del 1848, durante la prima guerra di indipendenza italiana, tra le truppe del Regno di Sardegna guidate da Carlo Alberto di Savoia e quelle dell'Impero Austriaco comandate da Josef Radetzky, ma l'episodio che si svolse una ventina d'anni dopo.
La parte del conflitto austro-prussiano del 1866, disputato fra imponenti armate di tedeschi in Boemia, ha forse un certo sapore wagneriano. Ma ciò che accadde sul fronte meridionale, dove una serie di generali dai nomi dolci hanno impersonato scene grottesche nella idillica zona del lago di Garda, ha indubbiamente i toni dell'opera buffa. Come in una commedia shakespeariana, il generale Lamarmora e Vittorio Emanuele II comparvero in guise diverse, confusero tutti compresi se stessi e trasformarono in farsa questioni alquanto serie. Obiettivo dell'esercito italiano, forte di 175 mila uomini, era la conquista del Veneto, presidiato in modo assai precario da 75 mila austriaci sotto il comando dell'arciduca Alberto. Sulla carta non si trattava di impresa difficile, ma gli italiani riuscirono a creare problemi laddove non ne esistevano. Innanzitutto, non si capiva bene chi comandasse. La parte principale dell'esercito, di 100 mila uomini, che doveva varcare il Mincio, era in teoria guidata da Lamarmora, ma la presenza di Vittorio Emanuele al suo fianco gli rendeva impossibile esercitare un vero comando. L'altra parte dell'esercito, in tutto 75mila uomini, doveva invece attraversare il Po sotto il comando del generale Cialdini. Ma Cialdini era subordinato a Lamarmora? E Lamarmora era subordinato a Vittorio Emanuele? E in ogni caso, Vittorio Emanuele era consapevole della situazione? Non trovando queste domande adeguata risposta fra i comandanti, possiamo immaginare in quali difficoltà si trovassero i loro subalterni. Il problema è che sin dall'inizio vi fu assoluta mancanza di coordinamento tra le varie forze in campo, e ciò avrebbe avuto gravi conseguenze. A peggiorare le cose si consideri che mancavano i collegamenti telegrafici fra le due parti dell'esercito, che per lunghe ore rimanevano all'oscuro dei reciproci movimenti. Gli italiani erano dunque confusi circa la linea da seguire una volta avviato l'attacco, ma non avevano assolutamente pensato a ciò che avrebbero fatto gli austriaci. Evidentemente Vittorio Emanuele e Lamarmora consideravano l'esercito austriaco come un elemento statico, una sorta di città o di fortezza, intorno a cui eseguire a piacere le proprie manovre. Le cose non erano così facili. L'arciduca era un abile comandante, aveva studiato a fondo il terreno di battaglia e messo a punto una strategia forte e coerente. Mentre gli italiani avanzavano, senza esploratori e con i reggimenti di cavalleria stranamente collocati in retroguardia, gli austriaci lanciarono un attacco di sorpresa nei pressi di Custoza. Lamarmora fu colto totalmente alla sprovvista, mentre i suoi ufficiali di stato maggiore non avevano ancora attraversato il fiume. Delle sue dodici divisioni, molte non furono impiegate in azione, e l'attacco sul fianco sferrato dagli austriaci scompigliò l'intero contingente italiano. Lamarmora perse lucidità e, invece di cercare subito di improvvisare un quartier generale, corse al galoppo al campo di battaglia alla ricerca dei singoli comandanti e diede a ciascuno ordini di pertinenza locale. Percorse addirittura 30 chilometri a cavallo per raggiungere il suo stato maggiore, che stava dall'altra parte del fiume, per concordare la ritirata. Intanto la battaglia proseguiva, con le forze italiane prive di comando. Per peggiorare le cose, il re stabilì il proprio quartier generale e cominciò a impartire ordini di sua iniziativa, spesso in contraddizione con quelli di Lamarmora. Alcuni storici italiani hanno detto, a proposito di questa battaglia, che il re fu sulla linea del fronte per l'intera giornata, ma la verità è che, avendo fatto ogni possibile danno, lasciò il campo di battaglia e trascorse gran parte della giornata a una trentina di chilometri di distanza, dall'altra parte del Mincio. Alcuni storici hanno descritto la battaglia come «una delle più sanguinose della storia moderna», ma è pura fantasia. Gli italiani persero circa 3500 soldati, tra cui 725 morti; gli austriaci forse di più. Ma lasciandosi prendere dal panico, i generali italiani riuscirono a trasformare la sconfitta in disfatta. Gli austriaci, soddisfatti di avere respinto l'avanzata italiana, si aspettavano che la battaglia continuasse il giorno successivo. Ma gli italiani, tanto entusiasti prima della battaglia perché incoraggiati da false aspettative, erano ormai completamente demoralizzati e i generali non furono in grado di risollevarli. Lamarmora e Vittorio Emanuele vedevano intorno a sé solo confusione e la scarsa esperienza li convinse di aver patito una sconfitta assai più grave di quanto fosse in realtà. Temendo l'inseguimento degli austriaci, decisero di ritirarsi immediatamente e distrussero i ponti sul Mincio. Cialdini, che aspettava notizie da Lamarmora per attraversare il Mincio, ricevette una serie di telegrammi sempre più cupi dal re. In uno si diceva che si erano subite «immense perdite», un altro parlava di «irreparabile disfatta» e della necessità di arretrare per proteggere la capitale, Torino. Se non si può biasimare il re per i primi errori compiuti a Custoza, certamente lo si può fare per il modo in cui trasformò un esercito sconfitto in un branco di cani bastonati pronti solo a scappare. Cialdini comprese che l'unica cosa che gli rimaneva da fare era abbandonare ogni progetto di attraversamento del Mincio e ritirarsi. Dopotutto, gli austriaci avrebbero potuto cambiare i fronti e attaccare lui. La ritirata gli sembrava l'unica mossa sicura. Così, due eserciti italiani furono sconfitti da un contingente austriaco che contava meno della metà dei loro uomini. Cialdini attribuì la responsabilità della disfatta al re, anche se il protocollo gli impediva di dirlo pubblicamente. In anni successivi ebbe modo di dire di Vittorio Emanuele che era una persona che «non capisce assolutamente nulla di quanto gli accade intorno, ignorante e incompetente». Un altro commentatore ha detto che Vittorio Emanuele era «un incorreggibile spaccone... che pensava che l'arte della guerra fosse fatta solo di coraggio, e lui ne aveva più di chiunque altro...Si riteneva un grande condottiero». A Vittorio Emanuele va certamente la colpa di avere interferito con gli ordini militari e di aver diffuso confusione e incomprensione con i suoi telegrammi allarmanti, ma occorre mettere in discussione anche la professionalità di Lamarmora e Cialdini, entrambi in preda al panico dopo un solo insuccesso. Cade su di loro, più che sui soldati che combatterono a Custoza, la vergogna della sconfitta dell'esercito italiano.

Player of the Year

Alla fine come previsto dai più è stato nominato IRB Player of the year Shane Williams, ala del Galles, "finisseur di razza" e rivincita dell'uomo "normale" fra i superman (che sia questo il motivo?). Negli ultimi anni il premio era andato a Daniel Carter, Richie McCaw, Schalk Burger e Bryan Habana. Ok Williams ha fatto 6 mete nel 6 nazioni vinto dal Galles, ma consideriamo che a 31 anni ha segnato 43 mete in 62 test, molte delle quali a squadre tipo Italia (ahimè) o Scozia. Habana, per fare un esempio, che comunque ha avuto una "pessima annata", a 25 anni ha segnato 32 mete in 39 test perlopiù contro Australia e All Blacks! Ora secondo me all'IRB hanno scherzato: il capitano degli All Blacke Richie McCaw sarebbe di gran lunga il giocatore più forte (neanche nominato nei 5!): Super14, Tri Nations, Bledisloe Cup e Grande Slam delle Home Nations vinti sotto la sua guida (n.b. sconfitte a Dunedin e Sydney senza di lui) in un ruolo ben più influente di un'ala. E se non ci stesse simpatico McCaw abbiamo una lista lunga: Carter, De Villiers, Giteau, Sooialo, Burger... tutti giocatori che hanno avuto buonissime annate al livello più alto possibile in questo sport. Nei forum che seguo dell'emisfero sud al di là di una certa partigianeria la scelta di Williams ha fatto ridere se non indignare tutti quanti. Io che seguo da anni il rugby in tv e li ho visti giocare tutti temo cha stavolta abbia vinto la politica. Intendiamoci: massimo rispetto per il gallese, ma il "migliore del mondo" è tutta un'altra cosa.

giovedì 9 ottobre 2008

Il leopardo che mangiava gli uomini


A proposito del mitico Jim Corbett sono riuscito a comperare su ebay la versione italiana di The man-eating leopard of Rudraprayag, il suo best seller più venduto, dal titolo Il leopardo che mangiava gli uomini (edito da Neri Pozza - 2002). Devo subito muovere una critica alla prefazione scritta da Stefano Malatesta, per certi versi apprezzabile, ma con un'inesattezza talmente grossolana da farmi credere che l'autore non abbia letto altro di Corbett. A un certo punto scrive parlando dello "scapolo" di Powalgarh: un'imprendibile tigre che per anni aveva fatto strage di indiani delle colline senza che nessuno fosse riuscito a fermarla. Ora è vero che per anni nessuno riuscì a fermare quella tigre ma, come risulta da Corbett stesso e da altri, lo "scapolo" era solo un cosiddetto cattle-killer e quindi predava esclusivamente sul bestiame dei pastori e dei contadini senza mai nuocere ad alcun essere umano, come del resto la maggior parte dei grandi felini. Sempre nella prefazione vi sono alcune foto classiche in una delle quali però si scambia il leopardo di Rudraprayag con quello di Panar, che potete vedere nel mio post del 30 settembre. Il romanzo naturalmente è un capolavoro e come disse Hemingway: "E' il più bel libro di cacciatori e cacciati che io abbia mai letto... Possiede bellezza, terrore, verità".
Riporto qui una parte di uno dei primi capitoli in cui Corbett racconta alcuni episodi per farci capire il perché del terrore imposto per otto lunghi anni dal leopardo alle popolazioni del Garwahl.

Un vicino aveva fatto visita a un amico per farsi una fumata insieme a lui. La stanza era a forma di L, e l'unica porta esistente non era visibile dal punto in cui i due uomini sedevano sul pavimento, fumando con la schiena appoggiata alla parete. La porta era chiusa, ma non a chiave, perché sino a quella sera non v’erano state vittime nel villaggio. La stanza era immersa nell’oscurità, e il padrone di casa aveva appena passato all’amico la hukah (sorta di pipa indiana), quando la pipa cadde sul pavimento, spargendo una pioggia di carboni ardenti e di tabacco per metà bruciato. Dicendo all'amico di stare più attento, altrimenti avrebbe appiccato il fuoco ai loro abiti e alla coperta su cui sedevano, il padrone di casa si chinò in avanti per raccogliere i tizzoni ardenti e, così facendo, diede di sfuggita un’occhiata alla porta. Stava calando la luna e, contro la luce lunare, vide proprio in quel momento un leopardo che trascinava il suo amico fuori dalla porta. Quando mi raccontò il fatto, pochi giorni più tardi, quell'uomo mi disse: "Ti dico tutta la verità, sahib, quando ti ripeto che non ho udito il minimo sospiro, il minimo rumore da parte del mio amico, che pure mi sedeva accanto a non più di mezzo metro di distanza, né quando il leopardo lo uccise, né quando se lo stava trascinando via. Non potevo far nulla per lui; perciò attesi che il leopardo si fosse allontanato un poco, poi scivolai verso la porta, la chiusi in fretta e la sbarrai".


Nella foto in alto Jim Corbett e l'antropofago

martedì 7 ottobre 2008

Mai più Venezia


C'è qualcosa che torna a Venezia da molto lontano
Puoi sentirne la voce su e giù per le calli vicino Rialto
Nelle gondole vuote e sull'acqua dipinta di nero
E' il rumore del tempo, se lo ascolti lo senti nel cuore
Son le navi, partite di qui per andare in Oriente
Son le maschere, tristi nel vento, vestite di seta.
Ma hanno acceso le luci in San Marco: adesso ti sento felice
Se poi cade la neve un momento, vedrai che qualcosa rinasce.
Quei coriandoli, fatti di ghiaccio, si son sciolti fra i nostri capelli
Solo il freddo di marzo è rimasto alla festa e ci invita a ballare
Mentre principi d'oro e d'argento sfilando attraverso la folla
ritornano a casa, io ti stringo più forte
e Arlecchino, geloso, ti butta una rosa
L'ha rubata per te ad un Pierrot, che ora piange davvero
e ci spia da lontano...
Poi si alza e va via: forse è tardi Venezia, ma un giorno torniamo

Carnevale, 1986

Regina

Buongiorno regina! Sapessi che strana mattina
I tuoi cavalieri hanno rotto le spade sui fiori
e tutti i buffoni son pronti a morire per te
se il fante impazzito rapisce la dama di cuori
Son volati lontano gli amici e i poeti
Ti restava la buona fortuna;
ma hai causato la morte del cigno su un lago di vetro
e il suo cuore è il mio cuore
Adesso ti resta la luna
Buongiorno tesoro!
Hai visto che fra i tuoi capelli c'è un po' meno oro?
Hai fatto le scelte sbagliate e stai già cominciando a sfiorire.
Non ti ho maledetto, lo giuro, e quella del mago cattivo
è una storia che deve finire
Sarò amaro con te mia signora
Da devoto che fui sarò cinico... e piango
Troppe volte ti ho visto gettar le mie rose nel fango
Eppur se ripenso al tuo corpo nel sole mi avvampa la pelle
Ma la notte ecco scende, soltanto per te
E stavolta non devi aspettarti le stelle

Raccolte 1980-1988


Inizio la pubblicazione di frammenti di scritti dei miei 25/30 anni dedicati a diverse donne che ho amato, devo dire spesso con scarsi risultati...

venerdì 3 ottobre 2008

Una lezione di storia




La storia è piena dei cosiddetti “What if “ ovvero cosa sarebbe successo se… Sono stati scritti molti libri su cosa sarebbe potuto succedere se una determinata battaglia “decisiva” fosse finita in un altro modo ed è sempre materia di dibattito fra gli storici dimostrare il perché. Senza voler approfondire più di tanto - non è questo il luogo né io sono all’altezza di un vero storico - voglio raccontare un piccolo episodio che avrebbe potuto cambiare le sorti della battaglia di Waterloo e che si svolse due giorni prima, il 16 di giugno 1815, fra i campi di battaglia di Quatre Bras e Ligny. Ora molti ritengono che se anche Napoleone avesse sconfitto Wellington due giorni dopo, la sua sorte fosse comunque segnata: diverse centinaia di migliaia di soldati almeno, fra austriaci e russi, stavano già muovendo per incontrare l’esercito dell’Imperatore e ci sarebbe stata senza dubbio un’altra battaglia in seguito contro le forze soverchianti della settima coalizione. Ma è innegabile che un successo di Napoleone a Waterloo avrebbe avuto echi fortissimi in tutta Europa, rafforzando il suo mito, galvanizzando la Francia e i suoi alleati che avrebbero anche potuto raggiungere una pace onorevole. Tant’è, ma in quel giugno del 1815 a fronteggiare le armate francesi c’erano solamente i prussiani di Blucher e gli Inglesi di Wellington con alleati minori, il tutto in un numero più o meno doppio dei francesi. Per batterli Napoleone doveva affrontarli separatamente e il suo piano riuscì quasi fino in fondo: a Ligny in effetti i francesi con Napoleone ottennero una grande vittoria (l’ultima) mentre a Quatre Bras il Maresciallo Ney, a cui era stato affidato il comando dell’ala sinistra dell’esercito, non riuscì a prevalere sugli inglesi perdendo all’inizio della giornata una favorevole occasione. Purtroppo per Napoleone i prussiani furono sì sconfitti pesantemente, ma non annientati, e due giorni dopo, nel pomeriggio del 18 giugno, giunsero in tempo a Waterloo a soccorso di Wellington oramai allo stremo delle forze. Il resto è storia, ma sarebbe bastato poco per cancellare dallo scacchiere l’armata di Blucher: diciamo 20.000 uomini. Quelli del I corpo del conte Jean-Baptiste Drouet d'Erlon, che passarono il pomeriggio a peregrinare fra i due campi di battaglia senza partecipare a nessuno dei due scontri e quindi senza giocare quel ruolo decisivo che Napoleone si sarebbe aspettato. L’Imperatore sapeva che la battaglia da vincere era quella di Ligny, e da vincere bene e in fretta. Ney d’altro canto, che a Quatre Bras si batteva col suo solito coraggio contro gli inglesi, non riuscì ad avere mai una chiara visione strategica delle cose. Ma d’altro canto fu colpa di Napoleone avergli affidato un comando così importante trascurando marescialli magari meno coraggiosi in battaglia del Principe della Moskova (e chi poteva esserlo?), ma senz’altro tattici di categoria superiore. Come un errore fu affidare il comando dello stato maggiore a Soult: forse nessuno poteva essere pari al defunto maresciallo Berthier, con il quale non ci sarebbero stati di sicuro quegli equivoci di cui vedremo, ma certamente sarebbe stata miglior scelta quella del maresciallo Suchet, mandato a guidare l’Armata delle Alpi per la difesa di Lione. E poi trascurare Davout, soldato esperto e valente certo più di Ney, lasciato a difendere Parigi, e un certo Gioacchino Murat, il miglior comandante di cavalleria d’Europa.
Ma andiamo un po’ nel dettaglio di come andarono (forse) i fatti quel pomeriggio in Belgio a battaglie già in corso.




Alle 15.15 il capo di stato maggiore Soult scrisse un ordine di Napoleone a Ney: Ney doveva inviare subito le sue forze per circondare il nemico (i prussiani di Blucher) a Ligny e dare il colpo di grazia. Prima che un ufficiale dello stato maggiore, il colonello Forbin-Janson, partisse con tal ordine arrivò un rapporto dal generale Lobau comandante del VI corpo, lasciato indietro a Charleroi. Lobau riportava la notizia del suo capo di stato maggiore, colonnello Janin, che era stato con l’ala sinistra francese, che il maresciallo Ney si stava battendo contro almeno 20.000 inglesi a Quatre Bras. Di conseguenza Napoleone si rese conto che Ney non poteva assolutamente lasciare Quatre Bras e marciare su Ligny perciò decise di richiamare solamente il I corpo di D’Erlon. Per risparmiare tempo questo ordine, in forma di nota scritta a mano, sarebbe andato direttamente a D’Erlon e non tramite il maresciallo Ney.
A tal fine a Forbin-Janson fu affidato non solo l’ordine a Ney delle 15.15 ma quest’ultima nota per D’Erlon: dopo averla portata a D’Erlon Forbin-Janson doveva raggiungere Ney, consegnargli l’ordine delle 15.15 e spiegargli la situazione per ciò che riguardava il I corpo di D’Erlon.
Alle 15.30 il capo di stato maggiore Soult mandò un altro ufficiale, il colonnello Laurent, direttamente a Ney con una copia dell’ordine delle 15.15 Laurent doveva inoltre informare Ney dell’ordine diretto a D’Erlon.
Alle 16.15 Forbin-Janson incontrò il I corpo di D’Erlon a sud di Frasnes che si stava muovendo verso Quatre Bras e ne modificò la direzione di marcia indirizzandolo verso il campo di battaglia di Ligny. D’Erlon però nel frattempo era avanzato fino a Frasnes e stava parlando con gli ufficiali della Guardia della divisione del generale Lefebvre-Desnouettes. Forbin-Janson perciò dovette continuare dal I corpo fino a D’Erlon in persona per mostrargli il biglietto che diceva più o meno così:

Signor Conte D’Erlon, il nemico (Blucher) sta per cadere nella trappola che gli ho teso. Raggiungete immediatamente con le vostre truppe le alture di St. Amand e piombate su Ligny. Signor Conte state per salvare la Francia e coprire voi stesso di gloria.
Napoleone
Il problema è che Forbin-Janson però, fatto tutto ciò, ritornò a Fleurus dimenticandosi completamente di avanzare fino al campo di battaglia di Quatre Bras per consegnare a Ney l’ordine delle 15.15 e spiegargli il motivo dello spostamento del corpo di D’Erlon.
(Lo storico Houssaye sottolinea come Forbin-Janson non avesse grande esperienza e che non fu saggio da parte di Napoleone affidargli una tale missione. Anche per questo motivo forse fu mandato un duplicato dell’ordine a Ney tramite il colonnello Laurent)
D’Erlon frattanto stava unendosi al suo corpo che marciava verso Ligny e mandò il suo capo di stato maggiore generale Delcambre a informare il maresciallo Ney che il I corpo stava raggiungendo l’Imperatore.
Delcambre alle 17.00 raggiunse Ney che divenne una furia per il fatto di non essere stato informato del movimento di D’Erlon (essendo questa una colpa di Forbin-Janson e non di Napoleone) e immediatamente rimandò indietro Delcambre a ordinare il ritorno di D’Erlon. Ney scioccamente non considerò che il tempo era troppo poco perché il suo ordine di richiamo arrivasse al I corpo e questo lo potesse raggiungere prima del calare della notte. Ma la situazione disperata a Quatre Bras più la sua furia per non esser stato almeno avvisato se non consultato gli fece valutare erroneamente la situazione. E fu solo quando trenta minuti più tardi arrivò il colonnello Laurent con l’ordine delle 15.30 che si rese conto che Napoleone voleva che fosse lui a dargli supporto e non il contrario. Così fu che solo all’arrivo di Laurent la mossa di Napoleone ebbe senso per Ney: Laurent confermò che D’Erlon obbediva a un ordine dell’Imperatore e non seguiva certamente una sua iniziativa, ma era troppo tardi ormai per impedire a Delcambre di richiamare D’Erlon all’ala sinistra.
Alle 17.30 mentre Laurent raggiungeva Ney la comparsa del corpo di D’Erlon che marciava verso Fleurus stava già preoccupando le truppe del III corpo di Vandamme che non potevano sapere di chi si trattasse. Lo stesso Napoleone che aveva richiamato D’Erlon non si aspettava di vedere apparire i suoi soldati in quel punto, a sud, dietro le linee francesi. Perché D’Erlon aveva marciato in una direzione errata! La nota dell’Imperatore gli diceva di raggiungere le alture di St. Amand e piombare su Ligny intendendo che il I corpo avanzasse verso le alture a nord di St. Amand (in altre parole le alture dove sorgeva il villaggio di Brye) poi sul villaggio di Ligny intrappolando e distruggendo le truppe prussiane nelle vicinanze. Ma D’Erlon non avanzò sulle alture ma sul villaggio stesso di St. Amand, in parte per l’ordine non sufficientemente preciso di Napoleone e in parte per sua incompetenza, e questa errata direzione fu fatale. Sicuramente nella mente di Napoleone passò il pensiero che si potesse trattare del I corpo, ma finché non se ne fosse stati certi riconoscendolo da vicino non si potevano correre rischi.
Alle 17.30 Napoleone mandò da Fleurus un aiutante di campo, probabilmente il generale La Bédoyère, che raggiunse la colonna misteriosa e si rese conto che non si trattava di nemici ma del I corpo. Nello stesso tempo circa alle 18.00 Delcambre raggiungeva D’Erlon con l’ordine di Ney di tornare a Quatre Bras. E contro il parere di due suoi generali e contro i desideri della truppe che bramavano l’azione, D’Erlon ritornò indietro!
A quanto pare l’aiutante di campo di Napoleone chiese o pregò D’Erlon di continuare verso il campo di battaglia di Ligny, ma per quanto si trattasse (come tutti gli aiutanti di campo dell’Imperatore) di un ufficiale con speciale autorità, D’Erlon ignorò le sue richieste e si uniformò all’ordine di Ney senza riflettere sul fatto che non sarebbe mai tornato in tempo prima della notte. Lasciò dietro di sé due divisioni (generale Durutte) ma questa fu una mezza misura che rispecchiava la sua natura indecisa e portata al compromesso. L’aiutante di campo non potè far altro che tornare da Napoleone che raggiunse alle 18.30.



La storia ci dice che il mancato intervento del I corpo impedì a Napoleone di annientare Blucher che, grazie anche a un poco deciso inseguimento il giorno successivo, si ripresentò sulle alture di Mont-Saint-Jean nel pomeriggio del 18 giugno, lui sì per dare il colpo di grazia all’esercito francese.
Molti storici raccontano versioni diverse della nota scritta a mano di Napoleone attribuendone la consegna al generale La Bédoyère, alcuni dicendo addirittura che la buttasse giù La Bédoyère di suo pugno per convincere D’Erlon. Non sapremo mai veramente come andarono le cose, quella che ho raccontato è per me la versione più verosimile: la sostanza dei fatti è che per un caso di mancanza di comunicazione la storia ha preso una strada diversa da quella che poteva essere. Mi piacerebbe che qualcuno girasse un bel film ambientato in quel pomeriggio di quasi due secoli fa, io avrei in mente una sceneggiatura…


Nelle foto: in alto il campo di battaglia di Ligny e Quatre Bras; al centro il maresciallo Ney, principe della Moskova; in basso il generale conte Jean-Baptiste Drouet d'Erlon

martedì 30 settembre 2008

L'ultimo dei pensionati


Con un simpatico rinfresco nella tipografia del Carlino questa sera ci ha salutato l'amico Daniele Mastellini (al centro nella foto fra il collega Gianluca e il sottoscritto) che ha raggiunto l'agognata meta della pensione anticipata. Anche se come si suol dire aveva già staccato la cavalla da un pezzo (ma chi non lo fa?) era comunque un personaggio e in tanti lo hanno salutato con affetto. Mi mancheranno un po' la sua pungente ironia (anche autoironia se necessario) e le sue solite accuse di mobbing (io che l'ho sempre tutelato!).
In più ho perduto un interlocutore tecnologico sempre abbastanza aggiornato (del resto gli ho insegnato un sacco di cose - anche se lui non lo ammetterebbe mai). Di me ricorderà fra l'altro di quando mi sbagliò la prima pagina con Tonoli e che gli vendetti Shevchenko al fantacalcio per 200.000 lire di allora! Non ricordo onestamente se nei miei anni d'oro lo battei a tennis, ma se non l'ho fatto è perché non ci siamo incontrati.
Gli auguro lunghi sereni anni di viaggi, film, foto e computer (il golf lo lascerei stare ma chissà...)

Jim Corbett


Vorrei presentare un personaggio, un mito del secolo passato, un uomo semplice, scrittore, cacciatore eppure naturalista con grande rispetto degli animali (passò negli anni dal fucile alla macchina fotografica). Colui a cui fu intitolato il primo parco nazionale indiano: Edward James "Jim" Corbett. Per gli abitanti delle colline del Nord dell'India era "Carpet Sahib"; per Gianni Brera, autore di una splendida prefazione alla versione italiana di Man-eaters of Kumaon, era l'arcangelo con l'express. Parlare di Jim Corbett vuol dire parlare di tigri naturalmente e nessuno più di lui ha conosciuto e rispettato nel suo ambiente lo splendido felino. Lui, che tante volte si era messo sulle tracce delle più pericolose mangiatrici d'uomini in un tempo in cui c'erano cento e passa tigri per ognuna che vive oggi, aveva capito che se l'uomo non si fosse dato da fare la scomparsa di quel felino dalle giungle indiane era solo una questione di tempo. Nessuno meglio di lui nei suoi libri può raccontare quelle storie di vita e di morte, di sacrificio e di coraggio, perciò innanzitutto invito a leggerli.

Man-eaters of Kumaon (io possiedo la versione italiana ormai introvabile: Le mangiatrici d'uomini del Kumaon)
The Man-eating Leopard of Rudraprayag (avevo l'altrettanto introvabile versione italiana: Il leopardo che mangiava uomini: averla perduta è in assoluto una delle cose più stupide che ho fatto in vita mia. Lo cerco sempre nei mercatini dell'usato e naturalmente possiedo l'originale inglese)
My India
Jungle Lore
The Temple Tiger and more man-eaters of Kumaon
Tree Tops
(quest'ultimo ambientato in Kenya durante il soggiorno in quell'hotel della regina Elisabetta nel 1952)
Degli ultimi quattro non esistono traduzioni italiane ma si possono facilmente acquistare in lingua inglese su internet.
Raccomando inoltre le biografie su di lui (che possiedo)
Under the shadow of man-eaters - Jerry Jaleel
Carpet Sahib - Martin Booth
Jim Corbett of Kumaon - D.C. Kala
Jim Corbett master of the Jungle - Tim Werling (un po' romanzato ma gradevole e con foto inedite)

Non riesco nemmeno a immaginare il coraggio che si deve aver avuto per andare da soli sulle tracce di quelle tigri (o leopardi) antropofaghe di cui racconta per affrontarli a distanza ravvicinata, magari al buio, trasformandosi da cacciatori in prede, dopo giorni di disagi, camminando nelle montagne per chilometri, spesso coi nervi tesi per la sensazione di essere spiati dai felini in agguato. E la fatica e lo stress delle veglie notturne su ripari precari in cima a un albero senza poter muovere un muscolo per ore, fare il minimo rumore che potesse vanificare l'attesa di uno sparo liberatore. Per dare un'idea del terrore cui venivano sottoposte quelle regioni dalla comparsa di un antropofago - veri e propri coprifuoco imposti ai villaggi per mesi e mesi - basterà leggere qualche pagina di un suo racconto. Magari ne tradurrò qualcuna in futuro, ma giusto per darvi l'idea dell'impatto:

1907 - The Champawat man eater (tigre femmina)
1910 - The Panar man eater (leopardo)
1910 - The Muktesar man eater (tigre femmina)
1912 - The Chigurdi man eater (leopardo)
1926 - The man eater of Rudraprayag (leopardo)
1929 - The Talla Des man eater (tigre femmina)
1930 - The Chowgarh man eaters (coppia di tigri)
1931 - The Mohan man eater (tigre maschio)
1933 - The Kanda man eater (tigre maschio)
1937 - The Chuka man eater (tigre maschio)
1938 - The Thak man eater (tigre femmina)

Questi 12 animali, che insieme divorarono la bellezza di circa 1200 esseri umani (top killer la tigre di Champawat con 436 morti accreditate, poi il leopardo di Panar che, dopo esser stato ferito da un bracconiere e quindi reso inabile alla caccia delle sue prede naturali, ammazzò circa 400 persone) sono stati tutti uccisi da Corbett e non stento a credere che in quelle regioni lo considerassero quasi un dio. Certamente per me sarà sempre un idolo.

Nella foto in alto Jim con il leopardo di Rudraprayag che terrorizzò per otto lunghi anni la regione del Garwahl e che, pur avendo ucciso "solo" 125 persone, è stato forse il più famoso animale assassino dell'India. Questo perché la zona in cui predava era attraversata dai pellegrini che giungevano da ogni parte del paese per raggiungere i sacri santuari di Kedarnath e Badrinath, meta della vita di ogni buon indù. La sua fama si sparse ovunque in Asia, perfino in Europa, e la sua uccisione decretò la fine di un vero e proprio regno del terrore.




La tigre di Talla Des fotografata accanto al nipote della sua ultima vittima







Jim e lo "Scapolo" di Powalgarh, la tigre più grande: mt. 3.23 per 317 chili!!!





Il leopardo di Panar

sabato 27 settembre 2008

Addio vecchio Paul




"E' inutile essere un artista se poi devi vivere come un impiegato."
La stangata - 1973

venerdì 26 settembre 2008

Amore e morte: Modena, 21 febbraio 1994.

Uno dei giorni più belli dei miei anni '90: il concerto dei Nirvana a Modena nel '94. Ci arrivai di ritorno dai Caraibi con un nuovo amore, che sarebbe finito in fretta, ma intenso (come scriveva Umberto Saba: Durano sì certe amorose intese quanto una vita e più. Io so di un amore che ha durato un mese, e vero amore fu...). Rammento il fumo, dentro al Palasport e dentro ai baci di lei, nel buio. La musica assordante e quella voce. Quando Kurt Cobain attaccò questa canzone, un classico di David Bowie, molti non la riconobbero, ma io me la ricordavo bene e per sempre mi è rimasto impresso l'urlo di angoscia alla fine, urlo che manca ad esempio nella versione dell'Mtv Unplugged. Roba da accapponare la pelle. Un presagio di dolore senza fine. E di una fine vicina.

Poi, dopo anni, ho scovato su You Tube questo video registrato amatorialmente che documenta quella performance e posso ora condividerlo. La qualità è pessima naturalmente, ma il valore per me è enorme: ricordi di una stagione troppo ricca di emozioni per ripetersi. Ricordi d'amore e di morte: meno di un mese e mezzo dopo, il 5 aprile 1994, Kurt Cobain si sparava nella sua casa a Seattle. E noi non fummo mai più gli stessi.

IRB player of the year 2008: e McCaw?

I nominati sono: Shane Williams e Ryan Jones, rispettivamente ala e capitano del Galles; Mike Blair, mediano di mischia della Scozia; Sergio Parisse, n° 8 dell'Italia e infine, unico rappresentante dell'emisfero Sud!!!, Dan Carter, numero 10 degli All Blacks e già vincitore nel 2005.
A parte il fatto che quattro dei cinque nominati appartengono a squadre dell'emisfero Nord, tutt'altro che dominanti nei test match a livello mondiale (il Galles è sesto, la Scozia nona, l'Italia decima) e senza voler discutere l'innegabile valore dei nominati nelle rispettive competizioni, stride da matti l'omissione di Richie McCaw, capitano e numero 7 degli All Blacks, senza dubbio il miglior openside flanker al mondo, giocatore più influente dello stesso Carter (l'Australia si preoccupava più di lui prima della sfida decisiva dell'ultimo Tri Nations) e fattore fondamentale per la rimonta degli All Blacks nella conquista di Tri Nations e Bledisloe Cup. Senza considerare che aveva già capitanato i Crusaders alla conquista dell'ennesimo titolo del Super 14.
Dei magnifici cinque per me dovrebbe vincere Carter alla grande, ma si dice che il favorito sia lo sgusciante Williams, recordman di mete per il Galles, del quale ammiro il coraggio nel giocare con quel fisico da "piccoletto" in mezzo a tanti colossi (però ricordo di lui i placcaggi devastanti subiti in partite più dure del Sei Nazioni durante il tour dei Lions nel 2005).
Ma come si fa a non nominare qualcuno come Jean De Villiers (quest'anno il miglior centro probabilmente), Matt Giteau, Tony Woodcock, Schalk Burger, George Smith (re dei fetcher - grillitalpa) per esempio?
Per il sottoscritto McCaw tutta la vita.

giovedì 25 settembre 2008

La luna scappa...


"Sono contento che non dobbiamo cercare di uccidere le stelle.
Pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercare di uccidere la luna.
La luna scappa.
Ma pensa se ogni giorno uno dovesse cercare di uccidere il sole.
Siamo nati fortunati"

Ernest Hemingway - Il Vecchio e il Mare

Questa è l'interpretazione che ha dato alcuni anni fa il mio amico Giovanni Monti di una stupenda frase dal Vecchio e il Mare.
La foto raffigura un quadro, fatto con la tecnica del collage, appeso sopra la testata del mio letto.
Posso dire che anch'io nei miei sogni ho quasi afferrato quella luna.
E posso dire che anch'io, come il vecchio Santiago, ho pescato nel mare di Cuba una volta, molti anni fa.
Ma quella è un'altra storia.

mercoledì 24 settembre 2008

On the road

"Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e avverto tutta quella terra nuda che si svolge in un'unica incredibile enorme massa fino alla Costa Occidentale, e tutta quella strada che va, tutta la gente che sogna nell'immensità di essa, e so che nello Iowa a quell'ora i bambini stanno certo piangendo nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte usciranno le stelle, e non sapete che Dio è l'Orsa Maggiore? e la stella della sera deve star tramontando e spargendo il suo fioco scintillio sulla prateria, il che avviene proprio prima dell'arrivo della notte completa che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessuno, nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventar vecchi, allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty, il padre che mai trovammo, penso a Dean Moriarty".
Jack Kerouac - Sulla strada

Davvero uno splendido finale per un libro, no?

198...e qualcosa (un appunto di notte) parte IV - fine


Carnevale. Un bacio fraterno. Un polso sottile. Il tatuaggio di Andrea. Le luci di Olbia di notte. Senza benzina in tangenziale a spingere la Dyane. I delfini. Un campo di grano pieno di papaveri. Piazza Maggiore alle due del mattino. Totò sceicco. La Sasa col naso arrossato dal gelo 5 anni fa. Malaneve. Leo, che suonava a rovescio. Find the cost of freedom. The boxer. La cambiale da 40.000 lire. Tarzan delle scimmie e Jane la sua compagna. Che bello vivere in una casetta nella foresta per un po'. Soli, senza nessuno. Questo lo canta Celentano. Quello che lo imitava in campagna dagli amici di Maurizio. Saturno con gli anelli. Tir che vanno a Genova. Con sopra le foto di vecchi Playboy. Paris che sbaglia il rigore a Napoli e ci salviamo lo stesso. I fuochi sulle gradinate. La bottiglia di spumante fuori dalla finestra per venti giorni. Sangue. Lucio che spara alla lepre in mezzo alla strada e la finisce a cazzotti. Bicchieri di ghiaccio con vodka e Cointreau. Bianco. Latte. Telefono occupato per ore. Citare Shakespeare. Andare con lo zoppo ed imparare a zoppicare. Vedo il campo dopo la battaglia. La scarpa destra rotta due volte. Vedo una caffettiera che fuma e dalla finestra cielo grigio gonfio di pioggia. Due cornacchie sul Setta. Un vasetto di vetro pieno di riso. E fra il riso si intravedono alcune palle di tartufo. Mi sembra di sentirne l'odore. Cleopatra in un quadro d'autore. Mazzi di carte da poker. Nick con quel giaccone da pilota della Luftwaffe e con le mani sudate. Luci di festa per via D'Azeglio. L'insegna di una pensione a Jesolo mentre i lampi solcano il cielo. E quattro tedesche che bevono birra ridendo e guardando la gente che passa. C'è una fila di specchi. Una rubrica zeppa di numeri strani. Un anello. Una mano di donna ingioiellata che tiene un lungo bocchino. India. Uomini nudi con lance. Sabrina con la fascia fra i capelli che mi parla di Jaqueline Bisset. C'è un tagliere di tortellini fatti e ancora tanto ripieno da usare. L'anatra uscì dalla scatola e la mancai coi razzi di gomma. Kastanka. Vanka. Voglia di Russia. Spazi ampi. Steppa come in Cechov. Cielo infinito. La copertina del primo disco dei King Crimson. No è qualcos'altro. Ma sento "Moonchild". L'urlo della chitarra di Fripp che diventa un lungo lamento. E il cuore che batte come un tamburo lontano. Pausa. Una foto della rupe di Sasso Marconi virata a seppia. E' una cartolina cun un francobollo con la faccia del re. Pinocchio. La fata turchina. Lungo le strade di Marina di Ravenna a cercare una crema protettiva contro i raggi del sole. Sale d'aspetto. Rumori. Emilio che canta Ziggy Stardust. E Mick Ronson lo accompagna, mentre tutti guardiamo e applaudiamo. L'aquilone di carta di giornale. I vasi di ciliegie sotto spirito. Il vino. E vedo il vecchio banco delle elementari col calamaio pieno d'inchiostro. La cannetta e la carta assorbente macchiata. La stessa parete di fronte per mesi. Le tessere del puzzle che si incastrano da sole. Marians che gioca con degli stuzzicadenti su una tavola piena di briciole. Siamo sempre tanti seduti attorno a quella tavola.. Un fruscio. Qualcosa come una scossa che vibra tutt'intorno. Ho sentito come il terremoto e ho sussultato. Ma mi accorgo che è stato un brivido nel dormiveglia a darmi quella sensazione di movimento. Un altro brivido: parte dalle spalle e scende giù lungo la schiena, i fianchi, le cosce, i polpacci. E subito una vampata di calore che si trasforma in un sottile velo di sudore, freddo, nel tepore sotto le coperte. Forse è così che si muore. Ora sono più tranquillo. E dopo un po' comincio a vedere dei fiori di tante specie. Quasi tutte familiari, ma i nomi non li conosco. Provo a contarli. Petalo dopo petalo, corolla dopo corolla, sfuggono in un tunnel color caffè. In fondo al tunnel c'è una grande sfera bianca che avanza rotolando e occupando tutto. Quando poi mi si fonde addosso scopro per un attimo il niente. E a quel punto cominciano i sogni.

198...e qualcosa (un appunto di notte) parte III


L'esame di guida. Dal sedile posteriore vedo la strada all'ultimo momento e dietro l'auto c'è il vuoto. Come faccio a guidare dal sedile dietro senza volante non lo so, ma è tempo di fermarsi e l'istruttore mi promuove ancora. Ha il volto di un leone. Quello della Metro. Che cinema ragazzi! Pioggia. Odore di bruciato. Di pelle bruciata. La fronte di Mao. Ancora dissolvenze. Una barca adesso. Su un mare tranquillo. Sardegna probabilmente. Nessuno sulla barca. Mezzogiorno a fare l'amore sottocoperta come in un film porno. Una giunca adesso. Nel porto di Hong Kong. I grattacieli bianchi e lontano i monti coperti di fitta giungla, solcati da caverne misteriose e inesplorate. Un buio sentiero fra quei monti. Una falce di luna in cielo si riempie. E io ho ancora una pallottola d'argento nella pistola di mio nonno, ma non so chi di voi, amici miei o amiche, sta per trasformarsi ed uccidere. Un fruscio dietro un cespuglio. La pistola non spara. Ma è...
Via per fortuna, in uno stadio del ghiaccio. E' una puntata di Charlie's Angels su Retequattro. Ma l'ho già vista e Sabrina non è Kate Jackson. Capodanno nella nebbia: suona Santana per chi ne ha voglia. Lei mi chiede di ballare. ma ero scemo nel '75. Adesso vedo il Cimone, su con la neve in spalla. Spunta come un miracolo bianco a 60 km da me, eppur sembra lì, dietro le palpebre. C'è Annibale con gli elefanti. Mi sembra di uscire da un libro di storia. Profumo. Caldo. Un negozio di roba usata. Firenze. Chitarre nere sull'Arno. Piazza Signoria piena d'acqua e il vetro spaccato da cui entra il freddo di Novembre. Dicembre ha la faccia di Boris Karloff. Almeno non tornasse primavera. Vedo la Scozia adesso, dove non andrò mai. E il figlio di Amin morire sul ring come Johnny Owen colpito da Pintor. Lupe è il suo nome, anzi Guadalupe, dove andrà Chicco in vacanza per la fine dell'anno. Le chiavi della cantina e della posta. Un mazzo di agli presi a Porto Santo Stefano. L'uscita del casello di Rioveggio. Le Falkland su una carta appesa al muro. E quattro soldi in tasca al mare, ferragosto, senza un letto, vicino a una stazione. Il ferroviere è pazzo e Alice canta ancora. Io vedo questo dal treno che si muove nella neve. E sono Poirot sull'Orient Express. Ma conosco la fine della storia e farò bella figura anche se non so il francese. Cantare Malaguena con una chitarra spagnola scordata, senza aprire la bocca. Vedo Andrea G. che ci prova. E le mani di Silvan il mago mi nascondono via Castiglione. E i cantautori morissero tutti. No, non lo penso. Guccini alza un bicchiere e tutti applaudono nell'osteria. Sono i figli di Abramo, di Isacco. A chi venderanno la primogenitura? Forse alla bestia dello Gevaudan. Questa la vedo bene come sempre. E faccio ridere Marco e Stefano su a Bombiana. O nella R5 tornando da Siena sotto il nevischio la domenica notte. Freddo come il tavolo di marmo sotto il quale mi nascondo a 4 anni convinto di non essere visto. Ma le bambine ridono. Dormire sul sedile posteriore della macchina cullati dal rumore del motore e dalle curve prese dolcemente dall'autista. Vedo un aereo atterrare a Mestre. Vedo la strada di ritorno da Alghero. Tutte le stelle del cielo d'agosto. Una bottiglia di whisky sulla battigia. Un gozzo sul mare di pece. Saronni campione del mondo. La cena del mio compleanno. Giuliana che sorride due tavoli più in là. L'Annarosa che parla e non dice niente di nuovo. Emilio che segna 3 gol alla volta. E venti milioni di cinesi intorno a Bologna. Mio nonno sull'Amba Aradam. Con la barba lunga e la mitragliatrice. E' l'ora delle decisioni irrevocabili. Ma l'Albania è un paese orrendo. Vedo un canestro dall'alto. Una partita. Anche un tavolo da ping pong vicino alle docce. Ma è senza rete. E il trapezista del circo di Mosca sono io e il mio momento è giunto anche stasera. Le mani coperte di talco. I muscoli tesi. La faccia dell'infermiera che mi massaggia, di quella che mi lava, di quella che mi nutre. Valentino che mi fa il gesso. Valentino l'amico di Roberto che gioca a tennis. Le Donnay. Sono tutte troie. Diceva Nino. E sembra Lennon con gli occhiali tondi. Stand by me. Una voce morta. Giocare a "se fosse". Farfalle. Estate. Le lucertole sul muro della chiesa. Il pallone sgonfiato colpito di punta. Vedo un'amica che va a Messa. Come non volerle bene! Il "capo", che ha capito tutto. Va a casa a farsi una doccia. Ma passerà davanti al bar con la macchina fra un po' perché chissà dove l'ha parcheggiata...

198...e qualcosa (un appunto di notte) parte II


C'è un gallo nella mia 128, ma non lo riesco a prendere e sta riempiendo tutto di piume, quante piume, di tutti i colori. Sono piume di un cuscino e si attaccano dappertutto. E un cappello d'alpino fa ombra contro il muro della stanza. E il padre di Marco parla con le parole di Bruto: "l'umiltà è la scala dell'ambizione ai primi passi..." Ci sono tanti generali adesso. E mi viene in mente Hemingway che dice che Napoleone ha insegnato a scrivere a Stendhal. Forse è vero. E penso al generale Giap: "Sarà una guerra fra la tigre e l'elefante...". Con quello che segue. E penso a "Un mercoledì da leoni" che a Marians non è piaciuto. A Emilio è piaciuto, ma non gli piacque "Ragtime". Io non l'ho visto ma mi è piaciuto "Excalibur". Ad Andrea "Excalibur" ha fatto schifo, come "Blade Runner", che però ha deluso anche Chicco. Ma il più brutto è stato "Spara alla luna" che è piaciuto a Marco che ha apprezzato "La notte di Sn Lorenzo", che è piaciuto a tutti ma non interessava quelli che han visto "Missing", che io dovevo vedere con Silvia ma non ne ho avuto più voglia e ho preferito rompere una corda di chitarra suonando canzoni che non mi piacevano solo per far piacere a qualcuno. E questo è tipico. Ma vedo anche tante scatole di fiammiferi in un retrobottega buio, con gli scaffali allineati pieni di ogni ben di Dio. E in fondo c'è la figlia di Klaus Kinski, che recita per Herzog, non quello di Nosferatu, ma quello dell'Annapurna. Tutto ciò non ha senso. Ma mi vedo a 18 anni in Calabria. Tu dov'eri? Dov'ero io quando tu avevi 18 anni? Una foto di mio babbo soldato con Romolo Valli.
Luci rosse in uno stadio di notte. Ventimila e più scheletri applaudono un figlio del Voodoo. Credo che sia lui perché ha la Fender bianca. Ma ecco una tavola rotonda. E intorno un re, un cavaliere, un prete e un giornalista. Re Artù o Enzo Biagi? Dipinti. Quadri. Mosaici. Soffitti affrescati. Buio di nuovo. Il sotterraneo del Rizzoli. Il sottopassaggio di via Rizzoli. La macchina non va in moto. Non è facile addormentarsi. Ecco che gioco a carte con Giorgio e non riesco ad accusare punti. Dov'è finita la mia fortuna. Non certo in una schedina del Totocalcio. Un bar di campagna. Fumo. Luci. Buio. Due vecchi fanno a braccio di ferro. Dissolvenza. Ho la bocca piena di spine di pesce e più ne tiro fuori più ce ne sono. Angoscia. Patrizia dà l'esame vestita da studente di college americano: in nero con quel cappello quadrangolare, come Gilberto, il nipote di Pippo. E' bellissima lo stesso. Come la Nanni. No, è una cosa diversa. Scatole di medicine. Andrea e suo padre che giocano in doppio contro me da solo. Non ce la faccio a respingere tutte le palline che mi tirano. Scappo. Non sono allo Junior. Sul campo del Piccolo Paradiso. Freddo cane e funghi dietro le porte. Funghi come in un libro di fiabe. Bobaccio vestito da Holmes sul vecchio Motobi. La ragazza di Ipanema. Un semaforo rosso. Traffic. Steve Winwood che canta John Barleycorn dal mio vecchio stereo rotto nella casa di Marco a una festa tanto tempo fa. Pino Daniele al palazzo. La Paola e l'Alessandra in 124 con le pellicce di visone. Goz che stende Stefano da dietro. Attenzione alla caviglia! No quello era successo prima...

198...e qualcosa (un appunto di notte)


Chiudo gli occhi e penso. Buio. Luci vaghe. Vedo un occhio. Una vasca che si riempie. Un albero di Natale vicino a un termosifone, ma non è addobbato. Adesso vedo un bambino che suona una batteria. E la pioggia cade. Sto giocando a tennis con Antonella e c'è qualcuno che guarda lo scambio. La mia mano destra è incerottata. vedo una i minuscola in un libro di scuola elementare. Vedo adesso Chicco che è seccato con Gionata e gli corre dietro intorno al biliardo. Vedo un vulcano che erutta e si tramuta in una damigiana. Sono a tavola adesso, con Emilio, e beviamo caffè a tazze enormi. C'è altra gente con noi, ma sento a malapena le voci. Qualcuno dice forte: "ti avrò". Vedo un vecchio, anzi un uomo col cilindro e il mantello camminare di notte sotto a una finestra. C'è un vaso sulla finestra. Tardelli che marca Maradona, no, è Sivori, coi calzettoni tirati giù. Vedo uno con una bomba. Un'onda. Gli occhi di Patrizia. Una chiesa. Un ascensore. Mia zia che pulisce castagne. Ancora una tavola imbandita. Intorno un fantasma, come nei giornalini di Topolino: bianco lenzuolo con due buchi per gli occhi. Poi la torta con 25 candeline e la neve che cade fuori dalla finestra. E una Bibbia. E Roberto che mi saluta e va via con l'impermeabile tutto allacciato. C'è un tram pieno di gente e non riesco a scendere. Qualcuno mi sfiora la gamba: è il gatto di Andrea. E Stefano con gli occhiali e un libro sta leggendo in casa la domenica pomeriggio.Fuori piove sempre e sono già le quattro e fa buio. Luci confuse. Mi giro nel letto. E sotto il letto c'è una vasta sala con i cartelloni di film mai girati. "Morte di un negro" dice uno. Una prigione. Anzi solo una finestra con un'inferriata. mangiafuoco prende l'inferriata e ci cuoce sopra qualcosa con la padella delle Contarini. Povera Bettina! Come faremo a farci ridare la padella da quell'energumeno? Con quale coraggio? Ma ecco John Glenn l'astronauta, e si vede che è coraggioso e giovane. Ma non sa che siamo negli anni '80. Adesso fango, pozzanghere, ruote d'automobile che girano da sole e Dorian che dice che va a casa a fare la doccia e intanto fuma...




martedì 23 settembre 2008

Dalla terrazza sul Garda


L'inizio

27 settembre 2008.
Bologna, l'estate è finita direi. Stamane è partito persino il riscaldamento. Ma con la mente sono ancora al Garda in vacanza.
Ci tornerò fra parecchi mesi a Brenzone, sponda veronese: un bel posto per qualsiasi cosa.
Ora vediamo di cominciare.