
La chiamammo Gustavo, non so perché, l’aragosta più grande di quella stagione. La comprò Marcello, mi pare, il veronese amico di quell’Aladino che aveva una Ferrari e si era presentato all’aeroporto senza sapere dove si andava. Nella notte fino a Malpensa ad incontrare i ragazzi del Garda, poi meno di dieci ore per essere a St Maarten. Oyster Pond, la base Moorings, la prima volta col caldo afoso sui pontili ordinati e il briefing senza capire un cazzo. Poi fare la spesa in taxi. Carrelli pieni fino all’inverosimile per far cambusa: i veronesi pasta, tanta pasta. Pelati. Fagioli. Noi Campari, prosecco a dispetto dei santi, papaya e nachos. E via nel vento per quindici giorni. Tintamarre con tutte quelle conchiglie sul fondo...

I bonitos attaccati miracolosamente alle traine di ritorno da Anguilla col mare forza 4. Loro dieci al buio, con l’acqua razionata sul quindici metri. Noi tutte le luci accese, la barca Las Vegas ci chiamavano. L’acqua? Chi beveva acqua in quegli anni. Alla fonda davanti a St. Barth con i passaporti a far dogana su un dinghy. In quel posto far colazione all’angolo di quel bar che cucinava la zuppa di pescecane e tutta la gente delle isole si trovava lì alla sera, tutte le sere fino aprile per andare poi alle regate di Antigua. E addormentarsi cullati dal vento tra le sartie e dal reggae sui bar della spiaggia. A Barbuda era diverso. La spiaggia infinita, deserta, e noi non eravamo più tanto felici. Qualcuno era già in volo per l’Europa.

L’ultima sera comprammo le aragoste da un tizio al porto. E trovammo non so come non so dove due bottiglie di Champagne. Le due barche vicine nel buio ci videro uniti per l’ultima volta Bologna e Verona. Spaghetti, sigari, aragoste, aglio, champagne, olio, caffè, musica, saluti, sonno, tuffo, buio, addio.
A mezzanotte partimmo e io timonai verso nordovest per quasi cinque ore guardando la bussola e le onde nel buio mentre tutti dormivano. Se deviavo di più di un grado dalla rotta me lo segnalava il fido Robertone dall’altra barca, una luce nel mare nero. All’alba lasciai il timone allo skipper e crollai. Mi risvegliai triste...
A mezzanotte partimmo e io timonai verso nordovest per quasi cinque ore guardando la bussola e le onde nel buio mentre tutti dormivano. Se deviavo di più di un grado dalla rotta me lo segnalava il fido Robertone dall’altra barca, una luce nel mare nero. All’alba lasciai il timone allo skipper e crollai. Mi risvegliai triste...

Nelle foto dall'alto le aragoste di Barbuda, la nostra barca Ausone fotografata dai veronesi, io fra gli stessi durante l'ultima cena prima del ritorno e infine la spiaggia di Barbuda così come la vedemmo noi.

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