domenica 8 marzo 2009

NUOVO BLOG

ATTENZIONE ATTENZIONE

Negli ultimi mesi ho cessato temporaneamente l'aggiornamento del blog in quanto mi sono trasferito come collaboratore sul blog http://www.mille956.blogspot.com/ dove pubblico insieme a vecchi compagni/e del liceo. Probabilmente appena avrò tempo riporterò anche qua i miei interventi più significativi che comunque potete trovare all'indirizzo di cui sopra e potrebbe esserci anche del nuovo materiale.
A presto

lunedì 15 dicembre 2008

Africa addio






Ieri notte ho sognato di tornare a Maun. O era Victoria Falls, l’albergo vittoriano. Il buffet africano e tutti quei sapori strani, forti. Era l’anno in cui Eltsin salvava Gorbaciov in estate e io sudavo nella camera a Johannesburg ubriaco di sambuca e sushi sognando gli ippopotami del fiume Chobe. Ma era stato prima, a nord, in Botswana. Sull’Okavango in canoa (i mokoro li avevano finiti?) in mezzo a tutti quei papiri che neanche la valle del Nilo. A far foto ai sitatunga e ai bufali da quattro metri. L'ippopotamo che emerse dal nulla a sbarrarci la strada...








La notte dormire nel freddo della tenda e fuori il concerto di tutte le notti da milioni di anni in Africa. E in fondo a tutto come in un racconto di Hemingway c’era la iena.
Ho sognato le giraffe nel primo sole dell’alba...





Pallide ombre di elefanti nella sabbia rossa della sera. E ho sognato i leoni, come Santiago nel Vecchio e il Mare. Ho sentito un ruggito e gli strilli dei babbuini. Mi sono svegliato e il cuore mi batteva forte.

Le aragoste di Barbuda




La chiamammo Gustavo, non so perché, l’aragosta più grande di quella stagione. La comprò Marcello, mi pare, il veronese amico di quell’Aladino che aveva una Ferrari e si era presentato all’aeroporto senza sapere dove si andava. Nella notte fino a Malpensa ad incontrare i ragazzi del Garda, poi meno di dieci ore per essere a St Maarten. Oyster Pond, la base Moorings, la prima volta col caldo afoso sui pontili ordinati e il briefing senza capire un cazzo. Poi fare la spesa in taxi. Carrelli pieni fino all’inverosimile per far cambusa: i veronesi pasta, tanta pasta. Pelati. Fagioli. Noi Campari, prosecco a dispetto dei santi, papaya e nachos. E via nel vento per quindici giorni. Tintamarre con tutte quelle conchiglie sul fondo...



I bonitos attaccati miracolosamente alle traine di ritorno da Anguilla col mare forza 4. Loro dieci al buio, con l’acqua razionata sul quindici metri. Noi tutte le luci accese, la barca Las Vegas ci chiamavano. L’acqua? Chi beveva acqua in quegli anni. Alla fonda davanti a St. Barth con i passaporti a far dogana su un dinghy. In quel posto far colazione all’angolo di quel bar che cucinava la zuppa di pescecane e tutta la gente delle isole si trovava lì alla sera, tutte le sere fino aprile per andare poi alle regate di Antigua. E addormentarsi cullati dal vento tra le sartie e dal reggae sui bar della spiaggia. A Barbuda era diverso. La spiaggia infinita, deserta, e noi non eravamo più tanto felici. Qualcuno era già in volo per l’Europa.





L’ultima sera comprammo le aragoste da un tizio al porto. E trovammo non so come non so dove due bottiglie di Champagne. Le due barche vicine nel buio ci videro uniti per l’ultima volta Bologna e Verona. Spaghetti, sigari, aragoste, aglio, champagne, olio, caffè, musica, saluti, sonno, tuffo, buio, addio.
A mezzanotte partimmo e io timonai verso nordovest per quasi cinque ore guardando la bussola e le onde nel buio mentre tutti dormivano. Se deviavo di più di un grado dalla rotta me lo segnalava il fido Robertone dall’altra barca, una luce nel mare nero. All’alba lasciai il timone allo skipper e crollai. Mi risvegliai triste...





Nelle foto dall'alto le aragoste di Barbuda, la nostra barca Ausone fotografata dai veronesi, io fra gli stessi durante l'ultima cena prima del ritorno e infine la spiaggia di Barbuda così come la vedemmo noi.

lunedì 8 dicembre 2008

Rotte dimenticate






Riordinando vecchie foto ci sono sempre tutte quelle isole a sud di Anegada - la più bella? - (aragoste sulla spiaggia e ballare a una gara di limbo alla sera senza speranza di vincere) giù giù passando per Jost van Dyke, Tortola. I Bath a Virgin Gorda. Anguilla un paio di volte (le balene, il raggio verde), St. Maarten (i primi planter's punch) e St. Barth (kingfish al barbecue sulla barca, Keith Richards degli Stones sulla banchina, ormeggio difficile). St. Kitts in taxi e tagliarsi i capelli in barca a Nevis il pomeriggio dopo. Poi Montserrat all'orizzonte prima dell'eruzione e Antigua alla festa in collina con la prima donna (I will always love you...) controvento a motore col mal di mare. Barbuda come un sogno sulla spiaggia (ancora aragoste)...







Un altro atterraggio in Martinica, un altro amore, fino a Saint Lucia: prima Castries poi Soufriere (quella pinacolada!). Bequia di nascosto fuori dal bar e nel bosco. Tobago Keys la prima volta nella luce accecante (lei faceva sci d'acqua ed era felice dopo il bagno nascosti sotto la pioggia), pochi anni dopo non era più lo stesso posto ma siamo arrivati a Mustique (Macaroni beach e la villa di Bowie), a Petit St. Vincent (ma senza sbarcare innamorato sul tender sotto il diluvio) e infine a seppellire i vecchi occhiali da sole sotto uno scoglio a Palm Island di fronte a Union con gli squali nella vasca davanti all'Anchorage dove fuggimmo di nascosto quella sera con tutte quelle stelle e tutti quei baci senza pensare in quel momento che il giorno dopo si piange a un aeroporto.






Non ricordo quale generale tedesco disse una volta che non bisognerebbe mai tornare nelle città dove si è stati felici...



martedì 2 dicembre 2008

Simonetta


Non posso non salutare la mia cara collega (ex ormai) Simonetta che venerdì scorso ci ha salutato per la sua ultima giornata, o meglio nottata, di Carlino. Questa foto la ritrae insieme alla mia amica e collega Elena (a destra) durante la piacevole festicciola di venerdì al giornale.
Ciao cara Simo, ci mancherai: ora divertiti e fatti viva ogni tanto...

Un fiasco militare


Si dibatte spesso sui più grandi fiaschi militari della storia e l'elenco sarebbe impressionante. Personalmente trovo che tra i più drammatici vada annoverata la disfatta di Teutoburgo nell'anno 9 D.C. subita dall'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo contro una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese nella Bassa Sassonia. Fu una delle più gravi sconfitte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria). In seguito a questa battaglia Roma rinunciò a ulteriori tentativi di conquista della Germania, ed il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni con tutte le conseguenze che ciò ebbe sullo sviluppo della Storia europea fino ai nostri giorni. Ma accantonando per ora Teutoburgo e parlando di eserciti italiani non si può ignorare la battaglia di Custoza: non quella combattuta nel luglio del 1848, durante la prima guerra di indipendenza italiana, tra le truppe del Regno di Sardegna guidate da Carlo Alberto di Savoia e quelle dell'Impero Austriaco comandate da Josef Radetzky, ma l'episodio che si svolse una ventina d'anni dopo.
La parte del conflitto austro-prussiano del 1866, disputato fra imponenti armate di tedeschi in Boemia, ha forse un certo sapore wagneriano. Ma ciò che accadde sul fronte meridionale, dove una serie di generali dai nomi dolci hanno impersonato scene grottesche nella idillica zona del lago di Garda, ha indubbiamente i toni dell'opera buffa. Come in una commedia shakespeariana, il generale Lamarmora e Vittorio Emanuele II comparvero in guise diverse, confusero tutti compresi se stessi e trasformarono in farsa questioni alquanto serie. Obiettivo dell'esercito italiano, forte di 175 mila uomini, era la conquista del Veneto, presidiato in modo assai precario da 75 mila austriaci sotto il comando dell'arciduca Alberto. Sulla carta non si trattava di impresa difficile, ma gli italiani riuscirono a creare problemi laddove non ne esistevano. Innanzitutto, non si capiva bene chi comandasse. La parte principale dell'esercito, di 100 mila uomini, che doveva varcare il Mincio, era in teoria guidata da Lamarmora, ma la presenza di Vittorio Emanuele al suo fianco gli rendeva impossibile esercitare un vero comando. L'altra parte dell'esercito, in tutto 75mila uomini, doveva invece attraversare il Po sotto il comando del generale Cialdini. Ma Cialdini era subordinato a Lamarmora? E Lamarmora era subordinato a Vittorio Emanuele? E in ogni caso, Vittorio Emanuele era consapevole della situazione? Non trovando queste domande adeguata risposta fra i comandanti, possiamo immaginare in quali difficoltà si trovassero i loro subalterni. Il problema è che sin dall'inizio vi fu assoluta mancanza di coordinamento tra le varie forze in campo, e ciò avrebbe avuto gravi conseguenze. A peggiorare le cose si consideri che mancavano i collegamenti telegrafici fra le due parti dell'esercito, che per lunghe ore rimanevano all'oscuro dei reciproci movimenti. Gli italiani erano dunque confusi circa la linea da seguire una volta avviato l'attacco, ma non avevano assolutamente pensato a ciò che avrebbero fatto gli austriaci. Evidentemente Vittorio Emanuele e Lamarmora consideravano l'esercito austriaco come un elemento statico, una sorta di città o di fortezza, intorno a cui eseguire a piacere le proprie manovre. Le cose non erano così facili. L'arciduca era un abile comandante, aveva studiato a fondo il terreno di battaglia e messo a punto una strategia forte e coerente. Mentre gli italiani avanzavano, senza esploratori e con i reggimenti di cavalleria stranamente collocati in retroguardia, gli austriaci lanciarono un attacco di sorpresa nei pressi di Custoza. Lamarmora fu colto totalmente alla sprovvista, mentre i suoi ufficiali di stato maggiore non avevano ancora attraversato il fiume. Delle sue dodici divisioni, molte non furono impiegate in azione, e l'attacco sul fianco sferrato dagli austriaci scompigliò l'intero contingente italiano. Lamarmora perse lucidità e, invece di cercare subito di improvvisare un quartier generale, corse al galoppo al campo di battaglia alla ricerca dei singoli comandanti e diede a ciascuno ordini di pertinenza locale. Percorse addirittura 30 chilometri a cavallo per raggiungere il suo stato maggiore, che stava dall'altra parte del fiume, per concordare la ritirata. Intanto la battaglia proseguiva, con le forze italiane prive di comando. Per peggiorare le cose, il re stabilì il proprio quartier generale e cominciò a impartire ordini di sua iniziativa, spesso in contraddizione con quelli di Lamarmora. Alcuni storici italiani hanno detto, a proposito di questa battaglia, che il re fu sulla linea del fronte per l'intera giornata, ma la verità è che, avendo fatto ogni possibile danno, lasciò il campo di battaglia e trascorse gran parte della giornata a una trentina di chilometri di distanza, dall'altra parte del Mincio. Alcuni storici hanno descritto la battaglia come «una delle più sanguinose della storia moderna», ma è pura fantasia. Gli italiani persero circa 3500 soldati, tra cui 725 morti; gli austriaci forse di più. Ma lasciandosi prendere dal panico, i generali italiani riuscirono a trasformare la sconfitta in disfatta. Gli austriaci, soddisfatti di avere respinto l'avanzata italiana, si aspettavano che la battaglia continuasse il giorno successivo. Ma gli italiani, tanto entusiasti prima della battaglia perché incoraggiati da false aspettative, erano ormai completamente demoralizzati e i generali non furono in grado di risollevarli. Lamarmora e Vittorio Emanuele vedevano intorno a sé solo confusione e la scarsa esperienza li convinse di aver patito una sconfitta assai più grave di quanto fosse in realtà. Temendo l'inseguimento degli austriaci, decisero di ritirarsi immediatamente e distrussero i ponti sul Mincio. Cialdini, che aspettava notizie da Lamarmora per attraversare il Mincio, ricevette una serie di telegrammi sempre più cupi dal re. In uno si diceva che si erano subite «immense perdite», un altro parlava di «irreparabile disfatta» e della necessità di arretrare per proteggere la capitale, Torino. Se non si può biasimare il re per i primi errori compiuti a Custoza, certamente lo si può fare per il modo in cui trasformò un esercito sconfitto in un branco di cani bastonati pronti solo a scappare. Cialdini comprese che l'unica cosa che gli rimaneva da fare era abbandonare ogni progetto di attraversamento del Mincio e ritirarsi. Dopotutto, gli austriaci avrebbero potuto cambiare i fronti e attaccare lui. La ritirata gli sembrava l'unica mossa sicura. Così, due eserciti italiani furono sconfitti da un contingente austriaco che contava meno della metà dei loro uomini. Cialdini attribuì la responsabilità della disfatta al re, anche se il protocollo gli impediva di dirlo pubblicamente. In anni successivi ebbe modo di dire di Vittorio Emanuele che era una persona che «non capisce assolutamente nulla di quanto gli accade intorno, ignorante e incompetente». Un altro commentatore ha detto che Vittorio Emanuele era «un incorreggibile spaccone... che pensava che l'arte della guerra fosse fatta solo di coraggio, e lui ne aveva più di chiunque altro...Si riteneva un grande condottiero». A Vittorio Emanuele va certamente la colpa di avere interferito con gli ordini militari e di aver diffuso confusione e incomprensione con i suoi telegrammi allarmanti, ma occorre mettere in discussione anche la professionalità di Lamarmora e Cialdini, entrambi in preda al panico dopo un solo insuccesso. Cade su di loro, più che sui soldati che combatterono a Custoza, la vergogna della sconfitta dell'esercito italiano.

Player of the Year

Alla fine come previsto dai più è stato nominato IRB Player of the year Shane Williams, ala del Galles, "finisseur di razza" e rivincita dell'uomo "normale" fra i superman (che sia questo il motivo?). Negli ultimi anni il premio era andato a Daniel Carter, Richie McCaw, Schalk Burger e Bryan Habana. Ok Williams ha fatto 6 mete nel 6 nazioni vinto dal Galles, ma consideriamo che a 31 anni ha segnato 43 mete in 62 test, molte delle quali a squadre tipo Italia (ahimè) o Scozia. Habana, per fare un esempio, che comunque ha avuto una "pessima annata", a 25 anni ha segnato 32 mete in 39 test perlopiù contro Australia e All Blacks! Ora secondo me all'IRB hanno scherzato: il capitano degli All Blacke Richie McCaw sarebbe di gran lunga il giocatore più forte (neanche nominato nei 5!): Super14, Tri Nations, Bledisloe Cup e Grande Slam delle Home Nations vinti sotto la sua guida (n.b. sconfitte a Dunedin e Sydney senza di lui) in un ruolo ben più influente di un'ala. E se non ci stesse simpatico McCaw abbiamo una lista lunga: Carter, De Villiers, Giteau, Sooialo, Burger... tutti giocatori che hanno avuto buonissime annate al livello più alto possibile in questo sport. Nei forum che seguo dell'emisfero sud al di là di una certa partigianeria la scelta di Williams ha fatto ridere se non indignare tutti quanti. Io che seguo da anni il rugby in tv e li ho visti giocare tutti temo cha stavolta abbia vinto la politica. Intendiamoci: massimo rispetto per il gallese, ma il "migliore del mondo" è tutta un'altra cosa.

giovedì 9 ottobre 2008

Il leopardo che mangiava gli uomini


A proposito del mitico Jim Corbett sono riuscito a comperare su ebay la versione italiana di The man-eating leopard of Rudraprayag, il suo best seller più venduto, dal titolo Il leopardo che mangiava gli uomini (edito da Neri Pozza - 2002). Devo subito muovere una critica alla prefazione scritta da Stefano Malatesta, per certi versi apprezzabile, ma con un'inesattezza talmente grossolana da farmi credere che l'autore non abbia letto altro di Corbett. A un certo punto scrive parlando dello "scapolo" di Powalgarh: un'imprendibile tigre che per anni aveva fatto strage di indiani delle colline senza che nessuno fosse riuscito a fermarla. Ora è vero che per anni nessuno riuscì a fermare quella tigre ma, come risulta da Corbett stesso e da altri, lo "scapolo" era solo un cosiddetto cattle-killer e quindi predava esclusivamente sul bestiame dei pastori e dei contadini senza mai nuocere ad alcun essere umano, come del resto la maggior parte dei grandi felini. Sempre nella prefazione vi sono alcune foto classiche in una delle quali però si scambia il leopardo di Rudraprayag con quello di Panar, che potete vedere nel mio post del 30 settembre. Il romanzo naturalmente è un capolavoro e come disse Hemingway: "E' il più bel libro di cacciatori e cacciati che io abbia mai letto... Possiede bellezza, terrore, verità".
Riporto qui una parte di uno dei primi capitoli in cui Corbett racconta alcuni episodi per farci capire il perché del terrore imposto per otto lunghi anni dal leopardo alle popolazioni del Garwahl.

Un vicino aveva fatto visita a un amico per farsi una fumata insieme a lui. La stanza era a forma di L, e l'unica porta esistente non era visibile dal punto in cui i due uomini sedevano sul pavimento, fumando con la schiena appoggiata alla parete. La porta era chiusa, ma non a chiave, perché sino a quella sera non v’erano state vittime nel villaggio. La stanza era immersa nell’oscurità, e il padrone di casa aveva appena passato all’amico la hukah (sorta di pipa indiana), quando la pipa cadde sul pavimento, spargendo una pioggia di carboni ardenti e di tabacco per metà bruciato. Dicendo all'amico di stare più attento, altrimenti avrebbe appiccato il fuoco ai loro abiti e alla coperta su cui sedevano, il padrone di casa si chinò in avanti per raccogliere i tizzoni ardenti e, così facendo, diede di sfuggita un’occhiata alla porta. Stava calando la luna e, contro la luce lunare, vide proprio in quel momento un leopardo che trascinava il suo amico fuori dalla porta. Quando mi raccontò il fatto, pochi giorni più tardi, quell'uomo mi disse: "Ti dico tutta la verità, sahib, quando ti ripeto che non ho udito il minimo sospiro, il minimo rumore da parte del mio amico, che pure mi sedeva accanto a non più di mezzo metro di distanza, né quando il leopardo lo uccise, né quando se lo stava trascinando via. Non potevo far nulla per lui; perciò attesi che il leopardo si fosse allontanato un poco, poi scivolai verso la porta, la chiusi in fretta e la sbarrai".


Nella foto in alto Jim Corbett e l'antropofago

martedì 7 ottobre 2008

Mai più Venezia


C'è qualcosa che torna a Venezia da molto lontano
Puoi sentirne la voce su e giù per le calli vicino Rialto
Nelle gondole vuote e sull'acqua dipinta di nero
E' il rumore del tempo, se lo ascolti lo senti nel cuore
Son le navi, partite di qui per andare in Oriente
Son le maschere, tristi nel vento, vestite di seta.
Ma hanno acceso le luci in San Marco: adesso ti sento felice
Se poi cade la neve un momento, vedrai che qualcosa rinasce.
Quei coriandoli, fatti di ghiaccio, si son sciolti fra i nostri capelli
Solo il freddo di marzo è rimasto alla festa e ci invita a ballare
Mentre principi d'oro e d'argento sfilando attraverso la folla
ritornano a casa, io ti stringo più forte
e Arlecchino, geloso, ti butta una rosa
L'ha rubata per te ad un Pierrot, che ora piange davvero
e ci spia da lontano...
Poi si alza e va via: forse è tardi Venezia, ma un giorno torniamo

Carnevale, 1986

Regina

Buongiorno regina! Sapessi che strana mattina
I tuoi cavalieri hanno rotto le spade sui fiori
e tutti i buffoni son pronti a morire per te
se il fante impazzito rapisce la dama di cuori
Son volati lontano gli amici e i poeti
Ti restava la buona fortuna;
ma hai causato la morte del cigno su un lago di vetro
e il suo cuore è il mio cuore
Adesso ti resta la luna
Buongiorno tesoro!
Hai visto che fra i tuoi capelli c'è un po' meno oro?
Hai fatto le scelte sbagliate e stai già cominciando a sfiorire.
Non ti ho maledetto, lo giuro, e quella del mago cattivo
è una storia che deve finire
Sarò amaro con te mia signora
Da devoto che fui sarò cinico... e piango
Troppe volte ti ho visto gettar le mie rose nel fango
Eppur se ripenso al tuo corpo nel sole mi avvampa la pelle
Ma la notte ecco scende, soltanto per te
E stavolta non devi aspettarti le stelle

Raccolte 1980-1988


Inizio la pubblicazione di frammenti di scritti dei miei 25/30 anni dedicati a diverse donne che ho amato, devo dire spesso con scarsi risultati...

venerdì 3 ottobre 2008

Una lezione di storia




La storia è piena dei cosiddetti “What if “ ovvero cosa sarebbe successo se… Sono stati scritti molti libri su cosa sarebbe potuto succedere se una determinata battaglia “decisiva” fosse finita in un altro modo ed è sempre materia di dibattito fra gli storici dimostrare il perché. Senza voler approfondire più di tanto - non è questo il luogo né io sono all’altezza di un vero storico - voglio raccontare un piccolo episodio che avrebbe potuto cambiare le sorti della battaglia di Waterloo e che si svolse due giorni prima, il 16 di giugno 1815, fra i campi di battaglia di Quatre Bras e Ligny. Ora molti ritengono che se anche Napoleone avesse sconfitto Wellington due giorni dopo, la sua sorte fosse comunque segnata: diverse centinaia di migliaia di soldati almeno, fra austriaci e russi, stavano già muovendo per incontrare l’esercito dell’Imperatore e ci sarebbe stata senza dubbio un’altra battaglia in seguito contro le forze soverchianti della settima coalizione. Ma è innegabile che un successo di Napoleone a Waterloo avrebbe avuto echi fortissimi in tutta Europa, rafforzando il suo mito, galvanizzando la Francia e i suoi alleati che avrebbero anche potuto raggiungere una pace onorevole. Tant’è, ma in quel giugno del 1815 a fronteggiare le armate francesi c’erano solamente i prussiani di Blucher e gli Inglesi di Wellington con alleati minori, il tutto in un numero più o meno doppio dei francesi. Per batterli Napoleone doveva affrontarli separatamente e il suo piano riuscì quasi fino in fondo: a Ligny in effetti i francesi con Napoleone ottennero una grande vittoria (l’ultima) mentre a Quatre Bras il Maresciallo Ney, a cui era stato affidato il comando dell’ala sinistra dell’esercito, non riuscì a prevalere sugli inglesi perdendo all’inizio della giornata una favorevole occasione. Purtroppo per Napoleone i prussiani furono sì sconfitti pesantemente, ma non annientati, e due giorni dopo, nel pomeriggio del 18 giugno, giunsero in tempo a Waterloo a soccorso di Wellington oramai allo stremo delle forze. Il resto è storia, ma sarebbe bastato poco per cancellare dallo scacchiere l’armata di Blucher: diciamo 20.000 uomini. Quelli del I corpo del conte Jean-Baptiste Drouet d'Erlon, che passarono il pomeriggio a peregrinare fra i due campi di battaglia senza partecipare a nessuno dei due scontri e quindi senza giocare quel ruolo decisivo che Napoleone si sarebbe aspettato. L’Imperatore sapeva che la battaglia da vincere era quella di Ligny, e da vincere bene e in fretta. Ney d’altro canto, che a Quatre Bras si batteva col suo solito coraggio contro gli inglesi, non riuscì ad avere mai una chiara visione strategica delle cose. Ma d’altro canto fu colpa di Napoleone avergli affidato un comando così importante trascurando marescialli magari meno coraggiosi in battaglia del Principe della Moskova (e chi poteva esserlo?), ma senz’altro tattici di categoria superiore. Come un errore fu affidare il comando dello stato maggiore a Soult: forse nessuno poteva essere pari al defunto maresciallo Berthier, con il quale non ci sarebbero stati di sicuro quegli equivoci di cui vedremo, ma certamente sarebbe stata miglior scelta quella del maresciallo Suchet, mandato a guidare l’Armata delle Alpi per la difesa di Lione. E poi trascurare Davout, soldato esperto e valente certo più di Ney, lasciato a difendere Parigi, e un certo Gioacchino Murat, il miglior comandante di cavalleria d’Europa.
Ma andiamo un po’ nel dettaglio di come andarono (forse) i fatti quel pomeriggio in Belgio a battaglie già in corso.




Alle 15.15 il capo di stato maggiore Soult scrisse un ordine di Napoleone a Ney: Ney doveva inviare subito le sue forze per circondare il nemico (i prussiani di Blucher) a Ligny e dare il colpo di grazia. Prima che un ufficiale dello stato maggiore, il colonello Forbin-Janson, partisse con tal ordine arrivò un rapporto dal generale Lobau comandante del VI corpo, lasciato indietro a Charleroi. Lobau riportava la notizia del suo capo di stato maggiore, colonnello Janin, che era stato con l’ala sinistra francese, che il maresciallo Ney si stava battendo contro almeno 20.000 inglesi a Quatre Bras. Di conseguenza Napoleone si rese conto che Ney non poteva assolutamente lasciare Quatre Bras e marciare su Ligny perciò decise di richiamare solamente il I corpo di D’Erlon. Per risparmiare tempo questo ordine, in forma di nota scritta a mano, sarebbe andato direttamente a D’Erlon e non tramite il maresciallo Ney.
A tal fine a Forbin-Janson fu affidato non solo l’ordine a Ney delle 15.15 ma quest’ultima nota per D’Erlon: dopo averla portata a D’Erlon Forbin-Janson doveva raggiungere Ney, consegnargli l’ordine delle 15.15 e spiegargli la situazione per ciò che riguardava il I corpo di D’Erlon.
Alle 15.30 il capo di stato maggiore Soult mandò un altro ufficiale, il colonnello Laurent, direttamente a Ney con una copia dell’ordine delle 15.15 Laurent doveva inoltre informare Ney dell’ordine diretto a D’Erlon.
Alle 16.15 Forbin-Janson incontrò il I corpo di D’Erlon a sud di Frasnes che si stava muovendo verso Quatre Bras e ne modificò la direzione di marcia indirizzandolo verso il campo di battaglia di Ligny. D’Erlon però nel frattempo era avanzato fino a Frasnes e stava parlando con gli ufficiali della Guardia della divisione del generale Lefebvre-Desnouettes. Forbin-Janson perciò dovette continuare dal I corpo fino a D’Erlon in persona per mostrargli il biglietto che diceva più o meno così:

Signor Conte D’Erlon, il nemico (Blucher) sta per cadere nella trappola che gli ho teso. Raggiungete immediatamente con le vostre truppe le alture di St. Amand e piombate su Ligny. Signor Conte state per salvare la Francia e coprire voi stesso di gloria.
Napoleone
Il problema è che Forbin-Janson però, fatto tutto ciò, ritornò a Fleurus dimenticandosi completamente di avanzare fino al campo di battaglia di Quatre Bras per consegnare a Ney l’ordine delle 15.15 e spiegargli il motivo dello spostamento del corpo di D’Erlon.
(Lo storico Houssaye sottolinea come Forbin-Janson non avesse grande esperienza e che non fu saggio da parte di Napoleone affidargli una tale missione. Anche per questo motivo forse fu mandato un duplicato dell’ordine a Ney tramite il colonnello Laurent)
D’Erlon frattanto stava unendosi al suo corpo che marciava verso Ligny e mandò il suo capo di stato maggiore generale Delcambre a informare il maresciallo Ney che il I corpo stava raggiungendo l’Imperatore.
Delcambre alle 17.00 raggiunse Ney che divenne una furia per il fatto di non essere stato informato del movimento di D’Erlon (essendo questa una colpa di Forbin-Janson e non di Napoleone) e immediatamente rimandò indietro Delcambre a ordinare il ritorno di D’Erlon. Ney scioccamente non considerò che il tempo era troppo poco perché il suo ordine di richiamo arrivasse al I corpo e questo lo potesse raggiungere prima del calare della notte. Ma la situazione disperata a Quatre Bras più la sua furia per non esser stato almeno avvisato se non consultato gli fece valutare erroneamente la situazione. E fu solo quando trenta minuti più tardi arrivò il colonnello Laurent con l’ordine delle 15.30 che si rese conto che Napoleone voleva che fosse lui a dargli supporto e non il contrario. Così fu che solo all’arrivo di Laurent la mossa di Napoleone ebbe senso per Ney: Laurent confermò che D’Erlon obbediva a un ordine dell’Imperatore e non seguiva certamente una sua iniziativa, ma era troppo tardi ormai per impedire a Delcambre di richiamare D’Erlon all’ala sinistra.
Alle 17.30 mentre Laurent raggiungeva Ney la comparsa del corpo di D’Erlon che marciava verso Fleurus stava già preoccupando le truppe del III corpo di Vandamme che non potevano sapere di chi si trattasse. Lo stesso Napoleone che aveva richiamato D’Erlon non si aspettava di vedere apparire i suoi soldati in quel punto, a sud, dietro le linee francesi. Perché D’Erlon aveva marciato in una direzione errata! La nota dell’Imperatore gli diceva di raggiungere le alture di St. Amand e piombare su Ligny intendendo che il I corpo avanzasse verso le alture a nord di St. Amand (in altre parole le alture dove sorgeva il villaggio di Brye) poi sul villaggio di Ligny intrappolando e distruggendo le truppe prussiane nelle vicinanze. Ma D’Erlon non avanzò sulle alture ma sul villaggio stesso di St. Amand, in parte per l’ordine non sufficientemente preciso di Napoleone e in parte per sua incompetenza, e questa errata direzione fu fatale. Sicuramente nella mente di Napoleone passò il pensiero che si potesse trattare del I corpo, ma finché non se ne fosse stati certi riconoscendolo da vicino non si potevano correre rischi.
Alle 17.30 Napoleone mandò da Fleurus un aiutante di campo, probabilmente il generale La Bédoyère, che raggiunse la colonna misteriosa e si rese conto che non si trattava di nemici ma del I corpo. Nello stesso tempo circa alle 18.00 Delcambre raggiungeva D’Erlon con l’ordine di Ney di tornare a Quatre Bras. E contro il parere di due suoi generali e contro i desideri della truppe che bramavano l’azione, D’Erlon ritornò indietro!
A quanto pare l’aiutante di campo di Napoleone chiese o pregò D’Erlon di continuare verso il campo di battaglia di Ligny, ma per quanto si trattasse (come tutti gli aiutanti di campo dell’Imperatore) di un ufficiale con speciale autorità, D’Erlon ignorò le sue richieste e si uniformò all’ordine di Ney senza riflettere sul fatto che non sarebbe mai tornato in tempo prima della notte. Lasciò dietro di sé due divisioni (generale Durutte) ma questa fu una mezza misura che rispecchiava la sua natura indecisa e portata al compromesso. L’aiutante di campo non potè far altro che tornare da Napoleone che raggiunse alle 18.30.



La storia ci dice che il mancato intervento del I corpo impedì a Napoleone di annientare Blucher che, grazie anche a un poco deciso inseguimento il giorno successivo, si ripresentò sulle alture di Mont-Saint-Jean nel pomeriggio del 18 giugno, lui sì per dare il colpo di grazia all’esercito francese.
Molti storici raccontano versioni diverse della nota scritta a mano di Napoleone attribuendone la consegna al generale La Bédoyère, alcuni dicendo addirittura che la buttasse giù La Bédoyère di suo pugno per convincere D’Erlon. Non sapremo mai veramente come andarono le cose, quella che ho raccontato è per me la versione più verosimile: la sostanza dei fatti è che per un caso di mancanza di comunicazione la storia ha preso una strada diversa da quella che poteva essere. Mi piacerebbe che qualcuno girasse un bel film ambientato in quel pomeriggio di quasi due secoli fa, io avrei in mente una sceneggiatura…


Nelle foto: in alto il campo di battaglia di Ligny e Quatre Bras; al centro il maresciallo Ney, principe della Moskova; in basso il generale conte Jean-Baptiste Drouet d'Erlon