
A proposito del mitico Jim Corbett sono riuscito a comperare su ebay la versione italiana di The man-eating leopard of Rudraprayag, il suo best seller più venduto, dal titolo Il leopardo che mangiava gli uomini (edito da Neri Pozza - 2002). Devo subito muovere una critica alla prefazione scritta da Stefano Malatesta, per certi versi apprezzabile, ma con un'inesattezza talmente grossolana da farmi credere che l'autore non abbia letto altro di Corbett. A un certo punto scrive parlando dello "scapolo" di Powalgarh: un'imprendibile tigre che per anni aveva fatto strage di indiani delle colline senza che nessuno fosse riuscito a fermarla. Ora è vero che per anni nessuno riuscì a fermare quella tigre ma, come risulta da Corbett stesso e da altri, lo "scapolo" era solo un cosiddetto cattle-killer e quindi predava esclusivamente sul bestiame dei pastori e dei contadini senza mai nuocere ad alcun essere umano, come del resto la maggior parte dei grandi felini. Sempre nella prefazione vi sono alcune foto classiche in una delle quali però si scambia il leopardo di Rudraprayag con quello di Panar, che potete vedere nel mio post del 30 settembre. Il romanzo naturalmente è un capolavoro e come disse Hemingway: "E' il più bel libro di cacciatori e cacciati che io abbia mai letto... Possiede bellezza, terrore, verità".
Riporto qui una parte di uno dei primi capitoli in cui Corbett racconta alcuni episodi per farci capire il perché del terrore imposto per otto lunghi anni dal leopardo alle popolazioni del Garwahl.
Un vicino aveva fatto visita a un amico per farsi una fumata insieme a lui. La stanza era a forma di L, e l'unica porta esistente non era visibile dal punto in cui i due uomini sedevano sul pavimento, fumando con la schiena appoggiata alla parete. La porta era chiusa, ma non a chiave, perché sino a quella sera non v’erano state vittime nel villaggio. La stanza era immersa nell’oscurità, e il padrone di casa aveva appena passato all’amico la hukah (sorta di pipa indiana), quando la pipa cadde sul pavimento, spargendo una pioggia di carboni ardenti e di tabacco per metà bruciato. Dicendo all'amico di stare più attento, altrimenti avrebbe appiccato il fuoco ai loro abiti e alla coperta su cui sedevano, il padrone di casa si chinò in avanti per raccogliere i tizzoni ardenti e, così facendo, diede di sfuggita un’occhiata alla porta. Stava calando la luna e, contro la luce lunare, vide proprio in quel momento un leopardo che trascinava il suo amico fuori dalla porta. Quando mi raccontò il fatto, pochi giorni più tardi, quell'uomo mi disse: "Ti dico tutta la verità, sahib, quando ti ripeto che non ho udito il minimo sospiro, il minimo rumore da parte del mio amico, che pure mi sedeva accanto a non più di mezzo metro di distanza, né quando il leopardo lo uccise, né quando se lo stava trascinando via. Non potevo far nulla per lui; perciò attesi che il leopardo si fosse allontanato un poco, poi scivolai verso la porta, la chiusi in fretta e la sbarrai".
Nella foto in alto Jim Corbett e l'antropofago

Nessun commento:
Posta un commento