
Si dibatte spesso sui più grandi fiaschi militari della storia e l'elenco sarebbe impressionante. Personalmente trovo che tra i più drammatici vada annoverata la disfatta di Teutoburgo nell'anno 9 D.C. subita dall'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo contro una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese nella Bassa Sassonia. Fu una delle più gravi sconfitte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria). In seguito a questa battaglia Roma rinunciò a ulteriori tentativi di conquista della Germania, ed il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni con tutte le conseguenze che ciò ebbe sullo sviluppo della Storia europea fino ai nostri giorni. Ma accantonando per ora Teutoburgo e parlando di eserciti italiani non si può ignorare la battaglia di Custoza: non quella combattuta nel luglio del 1848, durante la prima guerra di indipendenza italiana, tra le truppe del Regno di Sardegna guidate da Carlo Alberto di Savoia e quelle dell'Impero Austriaco comandate da Josef Radetzky, ma l'episodio che si svolse una ventina d'anni dopo.
La parte del conflitto austro-prussiano del 1866, disputato fra imponenti armate di tedeschi in Boemia, ha forse un certo sapore wagneriano. Ma ciò che accadde sul fronte meridionale, dove una serie di generali dai nomi dolci hanno impersonato scene grottesche nella idillica zona del lago di Garda, ha indubbiamente i toni dell'opera buffa. Come in una commedia shakespeariana, il generale Lamarmora e Vittorio Emanuele II comparvero in guise diverse, confusero tutti compresi se stessi e trasformarono in farsa questioni alquanto serie. Obiettivo dell'esercito italiano, forte di 175 mila uomini, era la conquista del Veneto, presidiato in modo assai precario da 75 mila austriaci sotto il comando dell'arciduca Alberto. Sulla carta non si trattava di impresa difficile, ma gli italiani riuscirono a creare problemi laddove non ne esistevano. Innanzitutto, non si capiva bene chi comandasse. La parte principale dell'esercito, di 100 mila uomini, che doveva varcare il Mincio, era in teoria guidata da Lamarmora, ma la presenza di Vittorio Emanuele al suo fianco gli rendeva impossibile esercitare un vero comando. L'altra parte dell'esercito, in tutto 75mila uomini, doveva invece attraversare il Po sotto il comando del generale Cialdini. Ma Cialdini era subordinato a Lamarmora? E Lamarmora era subordinato a Vittorio Emanuele? E in ogni caso, Vittorio Emanuele era consapevole della situazione? Non trovando queste domande adeguata risposta fra i comandanti, possiamo immaginare in quali difficoltà si trovassero i loro subalterni. Il problema è che sin dall'inizio vi fu assoluta mancanza di coordinamento tra le varie forze in campo, e ciò avrebbe avuto gravi conseguenze. A peggiorare le cose si consideri che mancavano i collegamenti telegrafici fra le due parti dell'esercito, che per lunghe ore rimanevano all'oscuro dei reciproci movimenti. Gli italiani erano dunque confusi circa la linea da seguire una volta avviato l'attacco, ma non avevano assolutamente pensato a ciò che avrebbero fatto gli austriaci. Evidentemente Vittorio Emanuele e Lamarmora consideravano l'esercito austriaco come un elemento statico, una sorta di città o di fortezza, intorno a cui eseguire a piacere le proprie manovre. Le cose non erano così facili. L'arciduca era un abile comandante, aveva studiato a fondo il terreno di battaglia e messo a punto una strategia forte e coerente. Mentre gli italiani avanzavano, senza esploratori e con i reggimenti di cavalleria stranamente collocati in retroguardia, gli austriaci lanciarono un attacco di sorpresa nei pressi di Custoza. Lamarmora fu colto totalmente alla sprovvista, mentre i suoi ufficiali di stato maggiore non avevano ancora attraversato il fiume. Delle sue dodici divisioni, molte non furono impiegate in azione, e l'attacco sul fianco sferrato dagli austriaci scompigliò l'intero contingente italiano. Lamarmora perse lucidità e, invece di cercare subito di improvvisare un quartier generale, corse al galoppo al campo di battaglia alla ricerca dei singoli comandanti e diede a ciascuno ordini di pertinenza locale. Percorse addirittura 30 chilometri a cavallo per raggiungere il suo stato maggiore, che stava dall'altra parte del fiume, per concordare la ritirata. Intanto la battaglia proseguiva, con le forze italiane prive di comando. Per peggiorare le cose, il re stabilì il proprio quartier generale e cominciò a impartire ordini di sua iniziativa, spesso in contraddizione con quelli di Lamarmora. Alcuni storici italiani hanno detto, a proposito di questa battaglia, che il re fu sulla linea del fronte per l'intera giornata, ma la verità è che, avendo fatto ogni possibile danno, lasciò il campo di battaglia e trascorse gran parte della giornata a una trentina di chilometri di distanza, dall'altra parte del Mincio. Alcuni storici hanno descritto la battaglia come «una delle più sanguinose della storia moderna», ma è pura fantasia. Gli italiani persero circa 3500 soldati, tra cui 725 morti; gli austriaci forse di più. Ma lasciandosi prendere dal panico, i generali italiani riuscirono a trasformare la sconfitta in disfatta. Gli austriaci, soddisfatti di avere respinto l'avanzata italiana, si aspettavano che la battaglia continuasse il giorno successivo. Ma gli italiani, tanto entusiasti prima della battaglia perché incoraggiati da false aspettative, erano ormai completamente demoralizzati e i generali non furono in grado di risollevarli. Lamarmora e Vittorio Emanuele vedevano intorno a sé solo confusione e la scarsa esperienza li convinse di aver patito una sconfitta assai più grave di quanto fosse in realtà. Temendo l'inseguimento degli austriaci, decisero di ritirarsi immediatamente e distrussero i ponti sul Mincio. Cialdini, che aspettava notizie da Lamarmora per attraversare il Mincio, ricevette una serie di telegrammi sempre più cupi dal re. In uno si diceva che si erano subite «immense perdite», un altro parlava di «irreparabile disfatta» e della necessità di arretrare per proteggere la capitale, Torino. Se non si può biasimare il re per i primi errori compiuti a Custoza, certamente lo si può fare per il modo in cui trasformò un esercito sconfitto in un branco di cani bastonati pronti solo a scappare. Cialdini comprese che l'unica cosa che gli rimaneva da fare era abbandonare ogni progetto di attraversamento del Mincio e ritirarsi. Dopotutto, gli austriaci avrebbero potuto cambiare i fronti e attaccare lui. La ritirata gli sembrava l'unica mossa sicura. Così, due eserciti italiani furono sconfitti da un contingente austriaco che contava meno della metà dei loro uomini. Cialdini attribuì la responsabilità della disfatta al re, anche se il protocollo gli impediva di dirlo pubblicamente. In anni successivi ebbe modo di dire di Vittorio Emanuele che era una persona che «non capisce assolutamente nulla di quanto gli accade intorno, ignorante e incompetente». Un altro commentatore ha detto che Vittorio Emanuele era «un incorreggibile spaccone... che pensava che l'arte della guerra fosse fatta solo di coraggio, e lui ne aveva più di chiunque altro...Si riteneva un grande condottiero». A Vittorio Emanuele va certamente la colpa di avere interferito con gli ordini militari e di aver diffuso confusione e incomprensione con i suoi telegrammi allarmanti, ma occorre mettere in discussione anche la professionalità di Lamarmora e Cialdini, entrambi in preda al panico dopo un solo insuccesso. Cade su di loro, più che sui soldati che combatterono a Custoza, la vergogna della sconfitta dell'esercito italiano.
La parte del conflitto austro-prussiano del 1866, disputato fra imponenti armate di tedeschi in Boemia, ha forse un certo sapore wagneriano. Ma ciò che accadde sul fronte meridionale, dove una serie di generali dai nomi dolci hanno impersonato scene grottesche nella idillica zona del lago di Garda, ha indubbiamente i toni dell'opera buffa. Come in una commedia shakespeariana, il generale Lamarmora e Vittorio Emanuele II comparvero in guise diverse, confusero tutti compresi se stessi e trasformarono in farsa questioni alquanto serie. Obiettivo dell'esercito italiano, forte di 175 mila uomini, era la conquista del Veneto, presidiato in modo assai precario da 75 mila austriaci sotto il comando dell'arciduca Alberto. Sulla carta non si trattava di impresa difficile, ma gli italiani riuscirono a creare problemi laddove non ne esistevano. Innanzitutto, non si capiva bene chi comandasse. La parte principale dell'esercito, di 100 mila uomini, che doveva varcare il Mincio, era in teoria guidata da Lamarmora, ma la presenza di Vittorio Emanuele al suo fianco gli rendeva impossibile esercitare un vero comando. L'altra parte dell'esercito, in tutto 75mila uomini, doveva invece attraversare il Po sotto il comando del generale Cialdini. Ma Cialdini era subordinato a Lamarmora? E Lamarmora era subordinato a Vittorio Emanuele? E in ogni caso, Vittorio Emanuele era consapevole della situazione? Non trovando queste domande adeguata risposta fra i comandanti, possiamo immaginare in quali difficoltà si trovassero i loro subalterni. Il problema è che sin dall'inizio vi fu assoluta mancanza di coordinamento tra le varie forze in campo, e ciò avrebbe avuto gravi conseguenze. A peggiorare le cose si consideri che mancavano i collegamenti telegrafici fra le due parti dell'esercito, che per lunghe ore rimanevano all'oscuro dei reciproci movimenti. Gli italiani erano dunque confusi circa la linea da seguire una volta avviato l'attacco, ma non avevano assolutamente pensato a ciò che avrebbero fatto gli austriaci. Evidentemente Vittorio Emanuele e Lamarmora consideravano l'esercito austriaco come un elemento statico, una sorta di città o di fortezza, intorno a cui eseguire a piacere le proprie manovre. Le cose non erano così facili. L'arciduca era un abile comandante, aveva studiato a fondo il terreno di battaglia e messo a punto una strategia forte e coerente. Mentre gli italiani avanzavano, senza esploratori e con i reggimenti di cavalleria stranamente collocati in retroguardia, gli austriaci lanciarono un attacco di sorpresa nei pressi di Custoza. Lamarmora fu colto totalmente alla sprovvista, mentre i suoi ufficiali di stato maggiore non avevano ancora attraversato il fiume. Delle sue dodici divisioni, molte non furono impiegate in azione, e l'attacco sul fianco sferrato dagli austriaci scompigliò l'intero contingente italiano. Lamarmora perse lucidità e, invece di cercare subito di improvvisare un quartier generale, corse al galoppo al campo di battaglia alla ricerca dei singoli comandanti e diede a ciascuno ordini di pertinenza locale. Percorse addirittura 30 chilometri a cavallo per raggiungere il suo stato maggiore, che stava dall'altra parte del fiume, per concordare la ritirata. Intanto la battaglia proseguiva, con le forze italiane prive di comando. Per peggiorare le cose, il re stabilì il proprio quartier generale e cominciò a impartire ordini di sua iniziativa, spesso in contraddizione con quelli di Lamarmora. Alcuni storici italiani hanno detto, a proposito di questa battaglia, che il re fu sulla linea del fronte per l'intera giornata, ma la verità è che, avendo fatto ogni possibile danno, lasciò il campo di battaglia e trascorse gran parte della giornata a una trentina di chilometri di distanza, dall'altra parte del Mincio. Alcuni storici hanno descritto la battaglia come «una delle più sanguinose della storia moderna», ma è pura fantasia. Gli italiani persero circa 3500 soldati, tra cui 725 morti; gli austriaci forse di più. Ma lasciandosi prendere dal panico, i generali italiani riuscirono a trasformare la sconfitta in disfatta. Gli austriaci, soddisfatti di avere respinto l'avanzata italiana, si aspettavano che la battaglia continuasse il giorno successivo. Ma gli italiani, tanto entusiasti prima della battaglia perché incoraggiati da false aspettative, erano ormai completamente demoralizzati e i generali non furono in grado di risollevarli. Lamarmora e Vittorio Emanuele vedevano intorno a sé solo confusione e la scarsa esperienza li convinse di aver patito una sconfitta assai più grave di quanto fosse in realtà. Temendo l'inseguimento degli austriaci, decisero di ritirarsi immediatamente e distrussero i ponti sul Mincio. Cialdini, che aspettava notizie da Lamarmora per attraversare il Mincio, ricevette una serie di telegrammi sempre più cupi dal re. In uno si diceva che si erano subite «immense perdite», un altro parlava di «irreparabile disfatta» e della necessità di arretrare per proteggere la capitale, Torino. Se non si può biasimare il re per i primi errori compiuti a Custoza, certamente lo si può fare per il modo in cui trasformò un esercito sconfitto in un branco di cani bastonati pronti solo a scappare. Cialdini comprese che l'unica cosa che gli rimaneva da fare era abbandonare ogni progetto di attraversamento del Mincio e ritirarsi. Dopotutto, gli austriaci avrebbero potuto cambiare i fronti e attaccare lui. La ritirata gli sembrava l'unica mossa sicura. Così, due eserciti italiani furono sconfitti da un contingente austriaco che contava meno della metà dei loro uomini. Cialdini attribuì la responsabilità della disfatta al re, anche se il protocollo gli impediva di dirlo pubblicamente. In anni successivi ebbe modo di dire di Vittorio Emanuele che era una persona che «non capisce assolutamente nulla di quanto gli accade intorno, ignorante e incompetente». Un altro commentatore ha detto che Vittorio Emanuele era «un incorreggibile spaccone... che pensava che l'arte della guerra fosse fatta solo di coraggio, e lui ne aveva più di chiunque altro...Si riteneva un grande condottiero». A Vittorio Emanuele va certamente la colpa di avere interferito con gli ordini militari e di aver diffuso confusione e incomprensione con i suoi telegrammi allarmanti, ma occorre mettere in discussione anche la professionalità di Lamarmora e Cialdini, entrambi in preda al panico dopo un solo insuccesso. Cade su di loro, più che sui soldati che combatterono a Custoza, la vergogna della sconfitta dell'esercito italiano.

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